Skip to content

Non si vive di solo acetil-CoA (anche se a conti fatti aiuta)

marzo 8, 2011

Premessa: l’articolo è mio, tratto dalla webzine (o fanzine in carta e ossa se siete dalle parti dello zoo di Pistoia) Feedback Magazine. Parla principalmente di musica, però io di musica non so un cazzo.

Premessa 2: Dato che mi sono accorto, rileggendolo, che l’articolo conteneva diversi errori di forma (il peggiore un congiuntivo andato ai maiali, gli altri ripetizioni che mi erano sfuggite). Dato che non è che scrivo per il New Yorker ma per una webzine non ho il lusso dell’editor personale, quindi ho fatto da solo. Sul sito di Feedback Magazine trovate l’originale, se proprio vi piacciono le ripetizioni. Ripetizioni, ripetizioni, ripetizioni. Toh.

 

 

Michael Haneke, classe 42, austriaco. Da quando si e’ mes­so dietro una macchina da presa sta portando avanti il suo messaggio. Un film, un festival, un premio dopo l’al­tro. A vederlo, pacato e sorridente, non si direbbe di avere di fronte la persona che, a conti fatti, ha girato le pellicole dai contenuti e dai mezzi cinematografici di analisi e cri­tica sociale tra i piu’ potenti e significativi del cinema mo­derno.Perche’ insomma, sono trenta anni che H. dice che la so­cieta’ e’ violenta. Che noi (quindi i nostri padri e i nostri figli) siamo violenti. Che NOI, quelli che stanno a sgra­nocchiare popcorn o a bere una tazza di te’ coi biscotti davanti allo schermo (anche se i primi sono decisamente i piu’ bersagliati) siamo violenti e apatici e abulici e pieni di pregiudizi e ricchi e infelici e incapaci di comunicarlo. E anche scemi. Il suo lavoro con piu’ buone azioni in assoluto e in un cer­to modo il messaggio piu’ positivo e’ Le Temps du Loup (2003): ambientazione post apocalittica. Acqua contami­nata, bestie d’allevamento bruciate a migliaia e anarchia totale. H. ha girato The Road prima di The Road e al con­fronto degli altri suoi lavori sembra Dickens.I primi tre film fanno parte di una trilogia tematica. Tre pellicole per un messaggio trasparente e duro come il diamante. “Der siebente Konti­nent (1989) ritraeva la vita normale di una famiglia normale, che per 60 minuti veniva mostrata lavarsi i denti, recarsi a lavoro e cenare assieme la sera. Ogni tanto si litiga, ogni tanto ci si vuole bene (entrambe le cose per molto poco e con molta poca convinzione. Comunicazione, ve­dete?) Per poi autodistruggersi nel piu’ totale e metodico dei modi: telefoni staccati, risparmi di una vita ritirati e buttati letteralmente nella tazza del cesso (H. racconta di come agli screening sia stata questa la scena che ha disgustato di piu’, con tanto di gente uscita dalla sala sbattendo la porta. Non sono riuscito a scoprire se abbia mentito). Infine, overdose di barbiturici.Stessa cosa in Benny’s video (1992): qua a distruggere il nucleo familiare e’ il giovanissimo figlio omicida, che condanna la famiglia alla com­plicita’ dopo essere stato “condannato” dal loro pacato disinteresse ad una vita davanti agli schermi televisivi; il primo dei suoi film a mostrare un lato dell’infanzia oscuro, pericoloso e irraggiungibile.E’ pero’ con 71 Fragmente einer Chronologie des Zufalls (1994) che H. trasforma stilemi registici che si limitavano a caratterizzare i due film precedenti in (pre)potenti mezzi rappresentativi intesi a far arrivare il messaggio ancora piu’ a fondo. Una frammentazione narrativa che rac­conta gli avvenimenti immediatamente precedenti e successivi ad una carneficina “per caso”. Conversazioni monodirezionali tra un vecchio ingrigito dal quotidiano ad una cornetta telefonica; lunghi silenzi a dividere il breve periodo che separa i piatti lavati dalle luci spente di un marito e una moglie che condividono ormai solo il letto. O 4 interminabili minuti di rimbalzi di palle da ping pong, tamburellate contro il nulla da un giocatore frustrato. E’ H. stesso a dirlo: “All’inizio vedo un ragazzo giocare. Presto dico ok, ho capito, andiamo avanti. Poi mi stupisco, poi mi infurio, poi mi stanco. Poi dico vediamo dove va a parare. Ad un certo punto osservo.”Osservare. Per uno che ha la comunicazione cosi’ a cuore, H. non sembra farsi scrupolo nel dirci senza mezzi termini che sia il con­tenuto sia il significato dei suoi lavori ce li dobbiamo sudare. La scena finale di Cache (2005), una inquadratura fissa dell’uscita di una scuola pubblica e gli studenti che vi sostano davanti potrebbe (o meno) contenere la soluzione all’intero film. Forse basterebbe osservare per capire cosa e’ davvero successo, esattamente come avrebbero dovuto fare i protagonisti della storia. Come l’intera comunita’ del villaggio di Das Weisse Band (2009), il suo film piu’ recente e pubblicizzato. Qui invece di lettere anonime velatamente minacciose abbiamo piccoli incidenti dai risvolti drammatici e pestaggi ai danni di handicappati. E, ancora, bam­bini bianchi solo nei nastri intrecciati nei loro capelli che cantano in chiese vuote di significato. Abbiamo capito cosa pensi H. della societa’. Difficile fare altrimenti, dato che ci fracassa la testa da tre decadi. La realta’ e’ che il tizio avrebbe anche rotto le scatole se non fosse uno dei registi piu’ brillanti del pianeta. E non si parla solo di fotografia impeccabile e performance di rara intensita’ (presenti entrambi a pacchi).Quello che separa i contenuti di H. da quelli di qualsiasi altro post nichilista dell’ultimora e’ il metodo con il quale vengono offerti allo spettato­re. O, piu’ spesso, sbattuti in faccia. Ed e’ in questo modo che la violenza dei temi affrontati si aggiunge alla violenza registica. Probabilmente il suo lavoro più famoso, Funny Games (1997) glissa la critica sociale sullo schermo in favore di quella mostrata palesemente, nel comportamento dello spettatore. Uno slasher movie nel quale la violenza (estrema ed estremamente realistica, come in tutti i suoi film) accade fuori dallo schermo, che ci sottopone solo a tutto quello che ne consegue: le reazioni dei personaggi (che comprensibilmente scoppiano a piangere disperati per interminabili minuti) e le nostre reazioni, noi che il film lo stiamo “solo” vedendo. Ed e’ per questo che quando la protago­nista riesce ad approfittarsi di un momento di distrazione dei suoi aguzzini e a sparare in pieno petto ad uno di essi, quando dalla platea si solleva il (silenzioso o meno) moto di sollievo o di esaltazione, e lo psicopatico Paul reagisce trovando un telecomando e riavvolgendo il film ci sentiamo cosi’ violati. H. non si limita a torturare i suoi personaggi e a farci sentire male per e attraverso di loro. Ci fa violenza personalmente, facendo leva sul nostro credere che certe cose siano dovute, siano giuste. E mentre siamo vulnerabili e contriti per immagini agghiaccianti e verosimili (agghiaccianti perche’ verosimili), ci da pure di fessi. Tant’e’ che si e’ sforzato di fare un remake scena per scena con produzione e di­stribuzione americana (2007) per riuscire a dare di fesso anche a quel pubblico al quale piu’ di ogni altro aveva pensato ma che probabilmente non aveva visto l’originale. E’ brutto, ma nel constatare che le nostre reazioni si presentano esattamente con l’intensita’ e il tempismo calcolato da questo straordinario re­gista, non si puo’ non ammettere che ci sia riuscito.

Le pire nel sacco

gennaio 6, 2011

“It seems to me that we… struggle all our life to become whole. Complete enough when we die to achieve a measure of grace. Few of us ever do. Most of us end up going out the way we came in, kicking and screaming. But somehow Izzi, young as she was, she achieved that grace…”

Mia madre ha quasi sessant’anni, fa l’ostetrica, ed è completamente terrorizzata da tutto quello che concerne la morte. Non ne può parlare, non la può vedere, non può starle accanto nemmeno indirettamente. Ora, la professione non aiuta. Avere costantemente a che fare con un flusso così nettamente positivo di vita non ti fa inquadrare bene le cose. Così come fare il becchino, sospetto.

Ma, e lei lo ammette pure, il problema sta altrove. Se a sessanta anni la morte (ostetriche o meno) ha ancora questo effetto così devastante e implausibile su una persona di discreta intelligenza e cultura significa che hai sbagliato qualcosa. Lo ha iniziato a capire ora, forse troppo tardi anche solo per se stessa.

Comunque sia, non passa giorno che io non pensi alla morte. Non alla mia, e nemmeno a quella degli altri, ma la morte come concetto. In fondo, riflettere sui processi di morte cellulare o sull’implosione delle stelle è solo un salto di campo, e mi capita di pensare all’uno o all’altro (passando per tutto quello che c’è nel mezzo) praticamente ogni giorno. E va a finire che una idea su cosa rappresenti la morte (più che come funzioni o cosa ci sia dopo, che sono domande del cazzo) te la fai, dopo aver letto di tutto, visto di tutto, ascoltato di tutto e pensato di tutto.

E insomma, recentemente ho visto The Fountain, il film di Aronofsky in cui ha voluto fare talmente tanto il cazzo che gli pareva che gli hanno chiuso la produzione per due anni e poi riaperta con la metà del budget. Ecco, the fountain, che ha fatto schifo a davvero tantissime persone (intendo ai critici, che bombasse ai box office era prevedibile), è davvero un bellissimo uhm, coso. Cioè, è anche un bel film (e qua attacco il veloce pistolotto tra parentesi perché non sto facendo una recensione. Cinematografia elegantissima con pattern visuali che si ripetono tracciando paralleli fra i tre segmenti di natura e collocazione temporale diversa della trama, musiche potentissime e azzeccate, fotografia buona per il budget infimo, effetti speciali fatti con macroriprese di reazioni chimiche, sceneggiatura che riesce a rendere plausibile una collisione tra tempo della storia e tempo del racconto ad un livello di metanarrativa che ho visto solo nella letteratura postmoderna più agguerrita. E Wolverine è pelato. No, davvero, la cosa è praticamente un manuale del film perfetto), ma il punto è che è un BEL MESSAGGIO.

Secondo me agli atei sfugge qualcosa. Sfugge che il punto non è se dio esiste o meno, ma come mai continuiamo a chiedercelo. Come spesso succede, non è la risposta ad essere interessante (soprattutto quando comprende grosse incongruenze tra religione e religione, incomprensibili divieti sul contraccettivo e Camillo Ruini), ma la domanda.

C’è da dire che ad un religioso (che è diverso da un credente, anche se dato che ho già riscritto la frase una volta non saprei in che modo e di quale dei due stia parlando) sfugge sicuramente qualcosa. Perché mentre un ateo le domande, per natura, tende a porsele (anche se quelle importanti se le pone meno volentieri), un religioso no perché la risposta la ha di già (e generalmente non ha molto senso).

E comunque sto divagando. Sto divagando perché questo post l’ho scritto dato che qualche giorno fa è morta la madre di una mia amica che aveva un tumore al cervello (a scanso di equivoci, il tumore lo aveva la madre, non la mia amica, e infatti è morta lei. La madre, dico). Ho dovuto (in senso lato, non è che mi ha obbligato qualcuno, ma quando mi sono reso conto che la veglia era a meno di dieci ore di distanza e che ero completamente isolato da tutti i mezzi di trasporto esistenti sulla faccia della, uhm, campania ho quasi avuto un attacco isterico) fare i bagagli e partire in fretta e furia per viaggiare di notte attraverso 2/3 della penisola per assistere ad una cremazione (sineddoche).

Comunque, la veglia è stata molto bella, lunga e tutto sommato positiva per starsi tenendo nella casa di un vedovo neanche sessantenne e due figli di 16 e 21 anni. Questo perché il vedovo è un ganzo e ha organizzato le cose in modo, appunto, ganzo. Che, infatti, ha terrorizzato mia madre (intendiamoci, ha apprezzato la cosa ma non riusciva a non sentirsi a disagio). Il corpo non era composto, la casa è stata aperta da mattina a sera, e a metà pomeriggio sono venuti a prenderla senza fare rumore, per portarla, a bara già chiusa (con dentro una povera donna in pigiama) all’esposizione. Poi è stata cremata.

La veglia sembrava un cocktail party. In senso buono, dico. Okay, non sembrava un cocktail party (che fanno notoriamente schifo) allora, sembrava un salotto radical chic (uhm, si va di male in peggio). Insomma, era pieno di amici di vecchia e media data dei genitori (per quello sembrava un salotto radical chic. Che ci vuoi fare, nessuno è perfetto) e dei figli. I primi parlavano, mangiavano e comunque ridevano. I secondi parlavano, mangiavano e giocavano a gatto mangia merda (sì, il gioco dove ci si passa un foglio e alternativamente si scrive una frase, la si disegna e la si fa riscrivere). E quindi ridevano, perché quel gioco non ha senso.

Insomma, questa aria di non ufficialità può essere dovuta a due motivi. Il primo è una sorta di distacco dall’evento (che poi è lo stesso distacco che si tenta di creare con la stupidissima pratica della composizione dei cadaveri), e spero che non fosse per quello. Il secondo è per una accettazione della morte come processo naturale ed assolutamente NON rettilineo (sentite, a me Pennac piace leggerlo, ma se uno è un deficiente che fa dettar banco al proprio nichilismo post-comunista, post-muro, post un po’ tutto perché il nichilismo ha rotto le balle e ha i giorni contati [Come il liberismo, zing!] bisogna prenderne atto).

Che è un po’ quello che dovremo fare tutti, quello che ad inizio film Izzi ha già fatto (colpita da un tumore al cervello e omonima della mia amica, la figlia. Oh, the irony) e che T(h)om(as) impiega qualcosa che si avvicina all’eternità per raggiungere. Essere in pace con quello che si è, cioè esseri viventi (cioè filtri neuronali immersi nella complessa trama del cosmo. Vedere come ridurre tutto ai minimi comun denominatori del raziocinio non cambi di un’acca la questione) che vengono ad essere, assorbono, rielaborano e cessano di essere. Tanto vale che nell’assorbire e nel rielaborare uno riesca ad infilarci qualcosa di bello. E non tanto per un imperativo categorico (ne’ etico ne’, dio ne scampi [lol] religioso), ma perché è giusto che sia così. Perché sì. Perché forse arrivare a quella misura di grazia con la quale ho aperto il post fa parte della nostra natura così come nascere e morire. E’ tutto quello che sta nel mezzo e, esattamente come le domande, è più importante di dove si va a finire.

Ps: quando avrò il laptop di pasquini potrò inserire l’immagine che voglio io, nel frattempo dovrete accontentarvi di quello che aveva da offrirmi google.

Deathly Hallows et al.

dicembre 5, 2010

Una sorpresa, decisamente una bella sorpresa.

Era ormai dal quarto film, il calice di fuoco, che questa (s)fortunata serie cinematografica non aveva avuto più niente da offrirmi. Le trame, già non particolarmente eccelse nel materiale di origine (e soprattutto sempre più tirate per le orecchie col progredire della storia), completamente stravolte e tagliate per far stare 600 pagine di libro in 100 minuti di film, apparivano come una sequenza di scene non coese, che passavano senza lasciare traccia e senza dire nulla. Il ritmo ridicolo: grossi effettori con musiche d’orchestra che si alternavano a scene di banale adolescenza da parrucchieri, che sembravano prese la “la vita di segreta di una teenager americana” (lo conosco perché se lo ciucciava con sospetta avidità la mia ospite in Svezia). Film senza arte ne’ parte, senz’anima.

Ora, gli attori sono ovviamente gli stessi. Quello che colpisce è che ad essere gli stessi siano anche regista e sceneggiatore.

Lo stesso identico team che era riuscito ad ammazzare quel poco di buono che la serie di Harry Potter aveva portato nel genere (leggi: una decisa tendenza all’evidenziare aspetti favolistici, sia classici sia, cosa più simpatica, stranamente urbani in quella che altrimenti sarebbe stata solo l’ennesima saga fantasy del cazzo) negli scorsi 3 film adesso è riuscito nell’impossibile impresa di rendere interessante la storia e i contenuti dell’ultimo, pessimo, libro di HP, Deathly Hallows.

Ancora non capisco bene come lo abbiano fatto, sinceramente, ma ho visto il film ormai già due volte, e la seconda visione ha confermato quello che avevo notato nella prima.

Cioè che questo film funziona perché non è un film di Harry Potter. Approfittando della, uhm (<—eufemismo incoming),  scarsa densità contenutistica della prima metà del libro (che andava più o meno “psicodramma adolescenziale, angst, innuendo all’omosessualità del vecchio saggio, rinse, repeat”, per QUATTROCENTO PAGINE, il regista si è preso il suo tempo per dilatare la storia e dare un ritratto dei personaggi principali migliore di quanto abbiamo mai potuto vedere (e sì, eheh, anche rispetto ai libri, perché JK a scrivere fa un po’ schifo). Diverse scene funzionano molto bene (come il, assente nel materiale originale, ballo dei due protagonisti, soli e braccati da mesi; o l’asettico bollettino di guerra di matrice “fronteoccidentalina” sullo sfondo di lunghe camminate), e più in generale la fotografia e la cinematografia fanno un bel lavoro nell’offrire panorami che danno l’impressione è quella di stare vedendo il figlio illegittimo di Into the Wild (perché, seriamente, il secondo terzo del film è praticamente composto da soli paesaggi) e 28 Giorni Dopo (perché c’è una sottile linea di post-apocalittica, e soprattutto perché la gente parla con accento british).

Infine gli effetti speciali, spettacolari, sono usati con estrema parsimonia (per una assenza di eventi pivotali, più che per scelta stilistica), e quindi quando saltano fuori fanno ancora più impressione.

E tutta la parte ambientata a Londra funziona perché a) Londra è immensamente ganza b) da il contrasto interessante che non si trova nel genere, che manca drasticamente di contestualizzazione (questo perché il fantasy è, notoriamente e ironicamente, il genere narrativo con meno fantasia dell’universo).

Insomma, se avete dubbi perché gli ultimi vi hanno fatto schifo, o non siete mai andati a vederne uno perché ve ne rugate il cazzo, dategli una possibilità (nel secondo caso magari leggetevi le trame dei precedenti su wikipedia, che sennò non ci capite una mazza), perché questo film, contrariamente ad ogni aspettativa, merita. Sono curioso di vedere che cosa combinano col prossimo (sospetto che, esaurite le possibilità di continuare a non fare succedere nulla, dovranno fare avanzare la storia, e quindi farà schifo. Però si sono meritati quantomeno la fiducia).

Ora, detto questo, potrei dire tante altre cose.

Come che l’università stia finalmente iniziando ad andare normalmente (nel senso di “bene”).

Come che in Italia il magnifico “Scott Pilgrim Vs. The World” sia uscito in 2 sale in croce, e manco ho avuto la possibilità di dargli dei soldi o di spargere la voce.

Come che nonostante tutte le attenzioni che ricevo da un numero esageratamente alto (anche troppe, certe volte) di persone, sbattere la faccia sul fatto che c’è qualcuna che ormai non mi fa più nemmeno gli auguri di compleanno mi faccia un male cane lo stesso (e io a comprare i pinguini, incredibile)

Come che The Fountain, come che il Flying Circus, i giochi da tavolo, i libri e i fumetti, e la musica (sempre meno di tutto, ‘tacci loro).

Come che però è tardi e, vedere il primo “come che”, debba dormire per alzarmi presto.

The Beginning is the End is the Beginning

agosto 29, 2010

C’è un filo rosso che lega il mio particolare interesse per le case di legno e vetro e per l’interior design, la mia abilità nel condurre le barche a vela e nel parlare inglese, e il mio fare medicina ed essere decisamente preoccupato per il mio instabile futuro da italiano.

E’ il filo rosso dell’immane botta di culo che, ogni tanto, capita. Ed è per questo che, fra cinque o sei anni che saranno, mi troverò a scrivere su questo stesso blog…

…cinque o sei anni fa che erano, mi trovavo al pc a scrivere di questo post. La ragione per la quale mi trovavo a scrivere di questo post era che, cinque o sei anni fa che fossero, il filo rosso che legava tutta una serie di cose che ora non ho più ben presenti si era palesato come una immane botta di culo che, ogni tanto, capita. C’era una teoria che circolava fra i miei amici, o almeno quelli che mi avevano accompagnato per abbastanza tempo da fare statistica. La mia fortuna (o chiamatela come volete) si mantiene su livelli di abissale sfiga cosmica per periodi di tempo decisamente lunghi, per innalzarsi in picchi di svettante improbabilità con un periodo di circa 1 evento/1,5-2 anni.

Grazie al cielo, mi sono sempre ricordato solo degli episodi felici (per mia sfortuna gli amici statistici di cui sopra sono sempre pronti a fare pari). E così abbiamo quella volta in prima media dove una balla atomica e una festa di compleanno con tanti invitati rischiò di fare saltare in aria il fragile castello sociale che si andava formando, portandosi dietro il solidamente infantile castello sociale che si era già formato, ma che per una, appunto, botta di culo non si risolse in niente perché le persone che non avrebbero dovuto presentarsi non si presentarono.

O quella volta che, senza avere aperto un libro per tutta l’estate, entrai comunque nella facoltà dalla quale sono appena uscito laureato, perché ero abbastanza sveglio da farcela a pelo comunque.

O più semplicemente, quella volta che finii tra le ruote (letteralmente: nel mezzo) di una macchina in corsa senza farmi nulla, perché sì.

O quella volta che una serie di cose che ora non ho ben più presenti si palesarono come una immane botta di culo, che mi portò a scrivere sul blog di quello che fu l’anno meno divertente della mia vita. Perché una …

… perché una doccia sentimentale artica, un anno di università perso, due genitori che l’hanno decisamente presa dal lato sbagliato, 4 mesi di nullafacenza con depressione borderline, cattiverie gratuite, un panchetto sulla faccia, due punti, due terapisti (sottoinsieme dei terapisti: diverse migliaia di euro), una fatica bestia per muoversi dopo così tanto tempo (direi una vita) dall’enorme conca in cui mi sono trovato per circostanze che dipendono interamente da me ma delle quali, allo stesso tempo, non sono minimamente colpevole, 1+2 esami universitari e Toy Story 3 fanno un anno molto, molto poco divertente. Era solo tempo, insomma, perché il prossimo picco si presentasse. E dunque, capita che una sera si incontri una vecchia amica di passaggio per l’Italia, che fra i fumi dell’alcool invita un po’ tutti a farle visita (invito che, sempre fra i fumi dell’alcool, non viene respinto per non rompere il mood). E capita che la sera dopo si venga “volontariati” in maniera coatta per un training camp rugbistico in Svezia…

…in Svezia. Che pensa un po’, è precisamente il luogo in cui sto per andare a lavorare e a vivere. In Svezia, che prima di quel viaggio era solo una delle possibili mete professionali, giusto perché si sapeva che le svedesi erano tope e che le cose funzionavano.

In Svezia.

Che, visitata in modo appropriato (mischiando il turismo col job placement, le visite ai musei con quelle alle aree urbane con case in affitto), è riuscita, singolarmente, a prendere in mano la potenziale crisi post-risoluzione della crisi post-liceale e a darmi un obiettivo in grado di trascinarmi fino alla fine di quel teatro degli orrori che è la facoltà di Medicina e Chirurgia fiorentina. In culo a loro e al cavallo che ce li ha portati (talvolta certe parole sono proprio quelle adatte, citaz.).

La verità è che Stoccolma va a colpirmi nei punti giusti. Città cosmopolita, dall’architettura stupenda, verde, ecologica, piano urbanistico da nobel (come il museo. E il premio, sì. Ma dicevo il museo del premio). Complessi urbani piccoli ma eleganti a meno di 5 km di distanza, immersi in foreste fitte e laghi. Banchine sulla costa dell’arcipelago con segnali di STOP per i traghetti da abbassare e fissare manualmente, per spostarsi da un’isola all’altra col biglietto del bus. Persone che vanno a lavoro partendo da casa via acqua e ormeggiando nel centro cittadino. Migliaia di isolette con case “di campagna” in cui poter andare nei weekend per farsi un giro in barca a vela sul mar Baltico. E di inverno la neve (e i –30 gradi, lol) e i laghi ghiacciati sui quali pattinare.

E poi il paese in sé, che se ci stanno al governo i socialisti da quando se ne ha memoria e tutto funziona alla perfezione un motivo ci deve pur stare. Un futuro stabile per me e per i miei figli, se mai ce ne saranno. Un paese per il quale vale la pena pagare le tasse e lavorare nel pubblico, un paese in cui anche quando non c’è cultura c’è eleganza, quantomeno l’eleganza di ammettere che non c’è cultura. Un paese in cui ci sono i negozi di interior design, anche. Bei negozi di interior design.

Dopo una vita (meno un anno) di lassez-faire e fare altro per pensare ad altro, e un anno di profonda crisi personale, non è stata la decisione di iscriversi a quello stracazzo di test, o il fatto di averlo superato, ma quel viaggio che mi fece vedere, per la prima volta da quando ero nato, dove sarei andato a finire. Per la Svezia, dunque. Anche se…

…anche se lo svedese rimane e rimarrà a lungo una lingua di merda.

Ci vediamo sul blog quando avrò qualcosa da dire.

P.S: giusto per fare vedere alla gente quanto c’ho ‘a cultura, credo che inizierò a postare recensioni dei film che vedo e che credo meritino (di essere visti o di essere evitati)

22

giugno 8, 2010

muchrejoicing

And there was much rejoicing

Blue Skies

aprile 28, 2010

This is a song for anyone

With a broken heart

This is a song for anyone

Who can’t get out of bed

I’ll do anything

To be happy

Oh cause blue skies are calling

But I know that it’s hard

This is the last song

That I write

While still in love with you

This is the last song

That I write

While you’re even on my mind

Cause it’s time to leave

Those feelings behind

Oh cause blue skies are calling

But I know that it’s hard

I don’t think that it’s the end

But I know we can’t keep going

I don’t think that it’s the end

But I know we can’t keep going

But blue skies are calling

Oh yeah blue skies are calling

Oh blue skies are calling

But I know that it’s hard

Perchè i cieli blu.

Perché i cieli blu? Perché ne avevamo bisogno. Perché i libri, e i libri letti. E i letti (e non solo quelli miei), e Settembre. E niente, e niente non era abbastanza. E poi i nasi, e le bolle (finalmente). O la loro mancanza. Ma insomma, sempre quelle sono. Umide e silenziose. E poco rappresentate a livello nazionale.

Ma alla fine si parla di stronzate, o di fesserie (quelle da 120 euro all’ora). Già, perché le fesserie e i panchetti (a punti. Come la patente, e gli ospedali). E (quasi)due appuntamenti alla settimana.

Ma dicevamo, i cieli blu. Non come le barbe, che sono bionde. E al secondo anno. Quindi, gli outsider. Come me. Che poi l’inglese certe volte è l’unico modo per non dire “coglione”. Però qua parliamo decisamente di outsider: quelli che vogliono girare i film, e guardare i film, e parlare di film, e pensare ai film. E avere un futuro. Senza film. E forse l’unica è portarli in centro, i film, e guardarne solo alcuni. Però “I love this game” no. Insomma, l’eleganza.

Ma alla fine le barbe non servono per certe cose (la barba sì, forse, ma chi ha il pane non ha i denti. O la barba). E quindi, magari this is the last song/ that I (hear?) / while still in love with you. Perchè i concerti platonici (come le idee. O come Platone). E il tempo (giorni, settimane, mesi. Ma soprattutto ore) lo stesso che ormai mi separa dagli stradoni ripidi. E i lipidi (!), forse. Ma anche le proteine, e i carboidrati e tutto il resto, perché istologia e le cose da fare, e quelle da vivere e da volere.

Perché i cieli blu dalle ambulanze si vedono meglio di quanto si pensi.

Il ritorno del Re

dicembre 15, 2009

Lessi il Signore degli Anelli tra la prima e la seconda media. E non nel senso “durante l’estate”. Mi ci volle un anno e mezzo! Certo, nel mezzo lessi un’altra decina di libri, ma tant’è…

Le Due Torri mi avevano fatto Due Coglioni così, e insomma pesava davvero troppo. Arrivato al Ritorno del Re, fu tutto in discesa. Ma non volevo parlare di questo.

Dopo meno di due mesi (circa 5 giorni fa) ho finito L’arcobaleno della Gravità. Due mesi il cazzo, dirà qualcuno, perchè l’ho preso a prestito da oltre nove. Dopo averlo iniziato a salve per due volte (arenato verso pagina 120) la terza è stata quella buona e decisiva. Poco meno di 1000 pagine per tantissimi malditesta. Bellissimo, ma leggetelo solo se volete farvi molto maleo se avete quaranta anni. E’ strutturato in modo complesso, scritto in modo complesso, pensato in modo complesso, qualunque cosa è complessa. Ci sono 2000 anni di storia, 400 personaggi e nessuno che ci tenga la manina. Ripeto, per finirlo ci vuole tanta voglia di sfidarsi o tanta esperienza (ma TANTA esperienza). Ma non volevo parlare di questo.

http://kaax.wordpress.com/2009/12/15/pujamek/

E’ tornato Peli di Pantera. E’ lui il Re(jino). Lode a lui. E’ di questo che volevo parlare. Ecco, ho finito. Amatelo.