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L’albero della Vita

maggio 23, 2011

È curioso accorgersi di essere diventati reazionari a vent’anni.

(qualcuno direbbe filonazisti)

Curioso e magari anche inquietante. Sapere che un film così, fosse uscito pochi, pochissimi anni fa (direi 4) o addirittura a inizio 2010 (durante un periodo della mia vita possiamo dire problematico) non lo avrei saputo o potuto apprezzare.

E invece The Tree of Life è un lavoro di rara potenza e bellezza, apprezzabile tecnicamente da chiunque (e ci torniamo dopo), contenutisticamente già meno digeribile. Credo sia praticamente inaccessibile ad un ateo militante (aspetto che il feedback dei conoscenti assuma una qualche rilevanza statistica per poterlo dire con certezza). Probabilmente non è apprezzabile al meglio da un credente. Citando dalla (particolarmente ispirata) recensione del Guz, ci vuole “una ferrea fede in un dio assente”. Malick inquadra le tribolazioni della Vita (la v maiuscola e’ per il senso lato), invece di raccontarle (cosa che il film non prova neanche a fare. Sono tutte praticamente implicite, e quelle esplicite sono sineddoche) in un contesto ampio. Ma non un po’ ampio, tipo boh il periodo storico o sociale o anche simbolico ma quello più ampio di tutti. Malick punta in alto, anche letteralmente, e va a parare sull’universo. Ecco, inquadrare la perdita di un fratello nell’immensità della creazione non è una cosa da poco. E infatti Malick la prende larga, parecchio larga. Nel senso che nel mezzo al film ci stanno 45 minuti di riprese spaziali, immagini dell’Hubble, riprese in macro di reazioni chimiche a guisa di nebulose in rapida espansione (cfr the fountain, che merita il confronto e ne esce comunque a testa alta. Il tema è di respiro meno ampio perchè parla esclusivamente della morte, e la realizzazione è meno classica e più pop, meno valzer spaziale e più videoclip postrock però insomma se la cava tantissimo e resta un capolavoro e questo era perchè è giusto citare the fountain almeno una volta al giorno come mangiare una mela), apocalissi solari in supernova, aggregati pluricellulari nel brodo primordiale e la ganzissima presenza dei velociraptor come ragazzi immagine della natura aggressiva del creato (che, nonostante l’estrema solennità del momento e le conifere di 50 metri una risatina incolpevole la strappano comunque perchè insomma, i dinosauri, via. E comunque ci stanno bene, eh, non mi si fraintenda).

Prima di continuare con il significato, apro parentesi sul significante. Malick ha fatto un lavorone. La fotografia è ovviamente uno spettacolo (l’avevamo già vista nel Nuovo Mondo, a voler dire le stesse cose), e le cascate, gli alberi e tutto il resto invece di limitarsi a sembrare più belle di quelle vere ti ricordano quanto sanno esserlo nella normalità delle passeggiate che facciamo tutti, tra i cespugli dei boschetti e non tra le poltrone dei cinema. Ed è esattamente quello che fa la regia. Personalmente adoro la forma e la stilizzazione, anche a costo della perdita di parte della dimensione umana, ma questo film me ne ha ricordato l’importanza, lasciandomi sinceramente stupito della mia reazione. The Tree of Life è diviso in tre parti, che grazie ad un editing trasversale alla pellicola si accompagnano fino alla fine. Abbiamo la già discussa parte universale, abbiamo Sean Penn nelle vesti di un tizio di mezza età che di fronte all’imminente lutto per la madre si ritrova disaccoppiato dalla vita l’universo e tutto quanto (e qua non si può non pensare alle ultime parole di Caviezel, che nella Sottile Linea Rossa andava in pace verso la morte dicendo “Oh, my soul. Let me be in you now. Look out through my eyes. Look out at the things you made. All things shining.”, che fra parentesi è una delle cose più belle mai scritte per il cinema), chiaramente in cerca di una sensazione che non prova più da chissà quanti anni mentre fa passare la mano nel flusso d’acqua di un rubinetto, un gesto che viene ripetuto più e più volte nel film da tutti i protagonisti, che provano e magari riescono pure a fondersi nelle spighe di grano, nell’acqua, nel vento, nella luce. La cosa non è particolarmente sottile ma questo non la rende meno bella. Penn, dicevo, c’è per sì e no 10 minuti volutamente onirici e confusionari (e grattacieli invece di conifere, perchè di nuovo sto film effettivamente non è sottile nelle giustapposizioni, altra cosa che magari qualche anno fa mi avrebbe dato noia). Il resto, che si prende il suo tempo di oltre due ore, è occupato dai ricordi del mezzetà di quando era bambino, occupato a nascere (cue casa inondata coi giochi e i pelusci/utero materno con uscita bambinesca che si vede pure nel trailer, una metafora visiva indubbiamente riuscita, ma che almeno alla prima visione mi è parsa un pò fuori luogo nel contesto del film perchè è pure l’unica di quel tipo, ma magari mi sbaglio) crescere e sbattere contro la perdita dell’innocenza ( si parla di perdita fisiologica e l’innocenza non è quella anale o che altro. Niente drammi in questo film, altrimenti si perdeva l’ampiezza del messaggio che vuole essere, anche letteralmente, universale). Insomma, il punto è che conoscendomi ho supposto che l’impatto maggiore lo avrebbero avuto le scene spaziali, perchè a me l’astrofisica piace (anche se non l’ho studiata perchè sono scemo, e ho deciso di fare cose meno serie) e mi piace quanto facilmente mi riesca trovare una rappresentanza del senso della vita nel movimento infinito di quelli che a tutti gli effetti non sono altro che enormi roccioni con una certa inerzia. Invece, la mia parte preferita è stata proprio quella dedicata alla prima crescita dei tre fratelli (pochissimi anni di distanza, è così che si fa nei posti perbene o nel texas dei ’50, mica come ora che si aspettano i 40, e che palle. Aridatece l’assegno familiare ducesco), che nei primi anni della loro vita sperimentano per la prima volta la creazione. Ovviamente nell’unico modo in cui possono farlo: viscerale, senza filtri, bellissimo, facendo capire come ogni bambino sia di nuovo Adamo e Eva assieme, completamente immersi e mai travolti (per mancanza di mezzi cognitivi, che nella prima infanzia sono completamente votati ad assorbire e fare propria la complessità della vita vissuta e a non farsene tante ragioni) da quello che li circonda. Ecco, quei quindici minuti, impeccabilmente legati da Ma Vast Moldau (Smetana, che avevo già sentito senza conoscerlo di nome, ma mai così energica) sono stati sinceramente il momento cinematografico più bello di tutta la mia vita. Una intensità e una profonda Verità (il cinema è 24 bugie al secondo al servizio della verità, Haneke dixit) nei movimenti di telecamera frenetici e rasoterra. Preso da e perso nelle sensazioni assolutamente distanti (qualitativamente e temporalmente) di un bambino che cresce.

E insomma, evidentemente Malick non è stato l’unico a prenderla larga, mi si scusi. Ma per legarmi all’inizio, l’essere reazionari. Era per dire, ovviamente. Intendevo che, dopo 2 film interamente votati alle domande (che, a loro discolpa, davano anche gli strumenti per potersi rispondere da soli, anche se non tutti hanno ovviamente le capacità per usarli) Malick ha azzardato qualche risposta. E alla domanda senza punto interrogativo di “qui c’è un conflitto padre figlio e un fratello che muore, là c’è il resto dell’universo e i velociraptor, dunque che vogliamo fare?” risponde con una tradizionalissima ripartenza dall’Amore e sopratutto dalla famiglia (che in definitiva è solo amore applicato), come luogo in scala di quella che è la vita (che in definitiva dovrebbe esattamente essere amore applicato, e niente di meno). Di fronte ad un confronto dimensionale così sproporzionato da togliere il fiato la reazione migliore è quella di non andare per vie di mezzo, ma di rispondere all’estremamente grande con l’estremamente piccolo.

Ed è ricordandosi di questo che Penn raggiunge un equilibrio interno che gli permette di ricongiungersi, ancora in vita, alla famiglia, al se stesso bambino, ai fratelli, agli altri, al tutto (anche ai velociraptor, nonostante Malick sia stato più clemente che coerente, omettendoli dalle scene finali). Non un paradiso, dunque (e il problema dei credenti sarà sopratutto questo, l’avere una visione preimpostata, e quindi limitata, sulla spiritualità. Si perdono molto, a questo modo) ma un luogo di confronto metafisico raggiungibile in qualunque momento dell’esistenza, e a questo punto meglio farlo mentre si è ancora in vita.

Sono contento di avere raggiunto la maturità necessaria per capirlo.

PS: ovviamente è un film di Malick, quindi parla anche del rapporto con la natura, dell’idea di male e di colpa eccetera però non è che possa parlare di tutto io, tant’è che la pasta è pronta e io scrivo da ore

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One Comment leave one →
  1. Bernardo Soares permalink
    maggio 26, 2011 11:27 am

    Bravo. :-)

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