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Non si vive di solo acetil-CoA (anche se a conti fatti aiuta)

marzo 8, 2011

Premessa: l’articolo è mio, tratto dalla webzine (o fanzine in carta e ossa se siete dalle parti dello zoo di Pistoia) Feedback Magazine. Parla principalmente di musica, però io di musica non so un cazzo.

Premessa 2: Dato che mi sono accorto, rileggendolo, che l’articolo conteneva diversi errori di forma (il peggiore un congiuntivo andato ai maiali, gli altri ripetizioni che mi erano sfuggite). Dato che non è che scrivo per il New Yorker ma per una webzine non ho il lusso dell’editor personale, quindi ho fatto da solo. Sul sito di Feedback Magazine trovate l’originale, se proprio vi piacciono le ripetizioni. Ripetizioni, ripetizioni, ripetizioni. Toh.

 

 

Michael Haneke, classe 42, austriaco. Da quando si e’ mes­so dietro una macchina da presa sta portando avanti il suo messaggio. Un film, un festival, un premio dopo l’al­tro. A vederlo, pacato e sorridente, non si direbbe di avere di fronte la persona che, a conti fatti, ha girato le pellicole dai contenuti e dai mezzi cinematografici di analisi e cri­tica sociale tra i piu’ potenti e significativi del cinema mo­derno.Perche’ insomma, sono trenta anni che H. dice che la so­cieta’ e’ violenta. Che noi (quindi i nostri padri e i nostri figli) siamo violenti. Che NOI, quelli che stanno a sgra­nocchiare popcorn o a bere una tazza di te’ coi biscotti davanti allo schermo (anche se i primi sono decisamente i piu’ bersagliati) siamo violenti e apatici e abulici e pieni di pregiudizi e ricchi e infelici e incapaci di comunicarlo. E anche scemi. Il suo lavoro con piu’ buone azioni in assoluto e in un cer­to modo il messaggio piu’ positivo e’ Le Temps du Loup (2003): ambientazione post apocalittica. Acqua contami­nata, bestie d’allevamento bruciate a migliaia e anarchia totale. H. ha girato The Road prima di The Road e al con­fronto degli altri suoi lavori sembra Dickens.I primi tre film fanno parte di una trilogia tematica. Tre pellicole per un messaggio trasparente e duro come il diamante. “Der siebente Konti­nent (1989) ritraeva la vita normale di una famiglia normale, che per 60 minuti veniva mostrata lavarsi i denti, recarsi a lavoro e cenare assieme la sera. Ogni tanto si litiga, ogni tanto ci si vuole bene (entrambe le cose per molto poco e con molta poca convinzione. Comunicazione, ve­dete?) Per poi autodistruggersi nel piu’ totale e metodico dei modi: telefoni staccati, risparmi di una vita ritirati e buttati letteralmente nella tazza del cesso (H. racconta di come agli screening sia stata questa la scena che ha disgustato di piu’, con tanto di gente uscita dalla sala sbattendo la porta. Non sono riuscito a scoprire se abbia mentito). Infine, overdose di barbiturici.Stessa cosa in Benny’s video (1992): qua a distruggere il nucleo familiare e’ il giovanissimo figlio omicida, che condanna la famiglia alla com­plicita’ dopo essere stato “condannato” dal loro pacato disinteresse ad una vita davanti agli schermi televisivi; il primo dei suoi film a mostrare un lato dell’infanzia oscuro, pericoloso e irraggiungibile.E’ pero’ con 71 Fragmente einer Chronologie des Zufalls (1994) che H. trasforma stilemi registici che si limitavano a caratterizzare i due film precedenti in (pre)potenti mezzi rappresentativi intesi a far arrivare il messaggio ancora piu’ a fondo. Una frammentazione narrativa che rac­conta gli avvenimenti immediatamente precedenti e successivi ad una carneficina “per caso”. Conversazioni monodirezionali tra un vecchio ingrigito dal quotidiano ad una cornetta telefonica; lunghi silenzi a dividere il breve periodo che separa i piatti lavati dalle luci spente di un marito e una moglie che condividono ormai solo il letto. O 4 interminabili minuti di rimbalzi di palle da ping pong, tamburellate contro il nulla da un giocatore frustrato. E’ H. stesso a dirlo: “All’inizio vedo un ragazzo giocare. Presto dico ok, ho capito, andiamo avanti. Poi mi stupisco, poi mi infurio, poi mi stanco. Poi dico vediamo dove va a parare. Ad un certo punto osservo.”Osservare. Per uno che ha la comunicazione cosi’ a cuore, H. non sembra farsi scrupolo nel dirci senza mezzi termini che sia il con­tenuto sia il significato dei suoi lavori ce li dobbiamo sudare. La scena finale di Cache (2005), una inquadratura fissa dell’uscita di una scuola pubblica e gli studenti che vi sostano davanti potrebbe (o meno) contenere la soluzione all’intero film. Forse basterebbe osservare per capire cosa e’ davvero successo, esattamente come avrebbero dovuto fare i protagonisti della storia. Come l’intera comunita’ del villaggio di Das Weisse Band (2009), il suo film piu’ recente e pubblicizzato. Qui invece di lettere anonime velatamente minacciose abbiamo piccoli incidenti dai risvolti drammatici e pestaggi ai danni di handicappati. E, ancora, bam­bini bianchi solo nei nastri intrecciati nei loro capelli che cantano in chiese vuote di significato. Abbiamo capito cosa pensi H. della societa’. Difficile fare altrimenti, dato che ci fracassa la testa da tre decadi. La realta’ e’ che il tizio avrebbe anche rotto le scatole se non fosse uno dei registi piu’ brillanti del pianeta. E non si parla solo di fotografia impeccabile e performance di rara intensita’ (presenti entrambi a pacchi).Quello che separa i contenuti di H. da quelli di qualsiasi altro post nichilista dell’ultimora e’ il metodo con il quale vengono offerti allo spettato­re. O, piu’ spesso, sbattuti in faccia. Ed e’ in questo modo che la violenza dei temi affrontati si aggiunge alla violenza registica. Probabilmente il suo lavoro più famoso, Funny Games (1997) glissa la critica sociale sullo schermo in favore di quella mostrata palesemente, nel comportamento dello spettatore. Uno slasher movie nel quale la violenza (estrema ed estremamente realistica, come in tutti i suoi film) accade fuori dallo schermo, che ci sottopone solo a tutto quello che ne consegue: le reazioni dei personaggi (che comprensibilmente scoppiano a piangere disperati per interminabili minuti) e le nostre reazioni, noi che il film lo stiamo “solo” vedendo. Ed e’ per questo che quando la protago­nista riesce ad approfittarsi di un momento di distrazione dei suoi aguzzini e a sparare in pieno petto ad uno di essi, quando dalla platea si solleva il (silenzioso o meno) moto di sollievo o di esaltazione, e lo psicopatico Paul reagisce trovando un telecomando e riavvolgendo il film ci sentiamo cosi’ violati. H. non si limita a torturare i suoi personaggi e a farci sentire male per e attraverso di loro. Ci fa violenza personalmente, facendo leva sul nostro credere che certe cose siano dovute, siano giuste. E mentre siamo vulnerabili e contriti per immagini agghiaccianti e verosimili (agghiaccianti perche’ verosimili), ci da pure di fessi. Tant’e’ che si e’ sforzato di fare un remake scena per scena con produzione e di­stribuzione americana (2007) per riuscire a dare di fesso anche a quel pubblico al quale piu’ di ogni altro aveva pensato ma che probabilmente non aveva visto l’originale. E’ brutto, ma nel constatare che le nostre reazioni si presentano esattamente con l’intensita’ e il tempismo calcolato da questo straordinario re­gista, non si puo’ non ammettere che ci sia riuscito.

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