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Le pire nel sacco

gennaio 6, 2011

“It seems to me that we… struggle all our life to become whole. Complete enough when we die to achieve a measure of grace. Few of us ever do. Most of us end up going out the way we came in, kicking and screaming. But somehow Izzi, young as she was, she achieved that grace…”

Mia madre ha quasi sessant’anni, fa l’ostetrica, ed è completamente terrorizzata da tutto quello che concerne la morte. Non ne può parlare, non la può vedere, non può starle accanto nemmeno indirettamente. Ora, la professione non aiuta. Avere costantemente a che fare con un flusso così nettamente positivo di vita non ti fa inquadrare bene le cose. Così come fare il becchino, sospetto.

Ma, e lei lo ammette pure, il problema sta altrove. Se a sessanta anni la morte (ostetriche o meno) ha ancora questo effetto così devastante e implausibile su una persona di discreta intelligenza e cultura significa che hai sbagliato qualcosa. Lo ha iniziato a capire ora, forse troppo tardi anche solo per se stessa.

Comunque sia, non passa giorno che io non pensi alla morte. Non alla mia, e nemmeno a quella degli altri, ma la morte come concetto. In fondo, riflettere sui processi di morte cellulare o sull’implosione delle stelle è solo un salto di campo, e mi capita di pensare all’uno o all’altro (passando per tutto quello che c’è nel mezzo) praticamente ogni giorno. E va a finire che una idea su cosa rappresenti la morte (più che come funzioni o cosa ci sia dopo, che sono domande del cazzo) te la fai, dopo aver letto di tutto, visto di tutto, ascoltato di tutto e pensato di tutto.

E insomma, recentemente ho visto The Fountain, il film di Aronofsky in cui ha voluto fare talmente tanto il cazzo che gli pareva che gli hanno chiuso la produzione per due anni e poi riaperta con la metà del budget. Ecco, the fountain, che ha fatto schifo a davvero tantissime persone (intendo ai critici, che bombasse ai box office era prevedibile), è davvero un bellissimo uhm, coso. Cioè, è anche un bel film (e qua attacco il veloce pistolotto tra parentesi perché non sto facendo una recensione. Cinematografia elegantissima con pattern visuali che si ripetono tracciando paralleli fra i tre segmenti di natura e collocazione temporale diversa della trama, musiche potentissime e azzeccate, fotografia buona per il budget infimo, effetti speciali fatti con macroriprese di reazioni chimiche, sceneggiatura che riesce a rendere plausibile una collisione tra tempo della storia e tempo del racconto ad un livello di metanarrativa che ho visto solo nella letteratura postmoderna più agguerrita. E Wolverine è pelato. No, davvero, la cosa è praticamente un manuale del film perfetto), ma il punto è che è un BEL MESSAGGIO.

Secondo me agli atei sfugge qualcosa. Sfugge che il punto non è se dio esiste o meno, ma come mai continuiamo a chiedercelo. Come spesso succede, non è la risposta ad essere interessante (soprattutto quando comprende grosse incongruenze tra religione e religione, incomprensibili divieti sul contraccettivo e Camillo Ruini), ma la domanda.

C’è da dire che ad un religioso (che è diverso da un credente, anche se dato che ho già riscritto la frase una volta non saprei in che modo e di quale dei due stia parlando) sfugge sicuramente qualcosa. Perché mentre un ateo le domande, per natura, tende a porsele (anche se quelle importanti se le pone meno volentieri), un religioso no perché la risposta la ha di già (e generalmente non ha molto senso).

E comunque sto divagando. Sto divagando perché questo post l’ho scritto dato che qualche giorno fa è morta la madre di una mia amica che aveva un tumore al cervello (a scanso di equivoci, il tumore lo aveva la madre, non la mia amica, e infatti è morta lei. La madre, dico). Ho dovuto (in senso lato, non è che mi ha obbligato qualcuno, ma quando mi sono reso conto che la veglia era a meno di dieci ore di distanza e che ero completamente isolato da tutti i mezzi di trasporto esistenti sulla faccia della, uhm, campania ho quasi avuto un attacco isterico) fare i bagagli e partire in fretta e furia per viaggiare di notte attraverso 2/3 della penisola per assistere ad una cremazione (sineddoche).

Comunque, la veglia è stata molto bella, lunga e tutto sommato positiva per starsi tenendo nella casa di un vedovo neanche sessantenne e due figli di 16 e 21 anni. Questo perché il vedovo è un ganzo e ha organizzato le cose in modo, appunto, ganzo. Che, infatti, ha terrorizzato mia madre (intendiamoci, ha apprezzato la cosa ma non riusciva a non sentirsi a disagio). Il corpo non era composto, la casa è stata aperta da mattina a sera, e a metà pomeriggio sono venuti a prenderla senza fare rumore, per portarla, a bara già chiusa (con dentro una povera donna in pigiama) all’esposizione. Poi è stata cremata.

La veglia sembrava un cocktail party. In senso buono, dico. Okay, non sembrava un cocktail party (che fanno notoriamente schifo) allora, sembrava un salotto radical chic (uhm, si va di male in peggio). Insomma, era pieno di amici di vecchia e media data dei genitori (per quello sembrava un salotto radical chic. Che ci vuoi fare, nessuno è perfetto) e dei figli. I primi parlavano, mangiavano e comunque ridevano. I secondi parlavano, mangiavano e giocavano a gatto mangia merda (sì, il gioco dove ci si passa un foglio e alternativamente si scrive una frase, la si disegna e la si fa riscrivere). E quindi ridevano, perché quel gioco non ha senso.

Insomma, questa aria di non ufficialità può essere dovuta a due motivi. Il primo è una sorta di distacco dall’evento (che poi è lo stesso distacco che si tenta di creare con la stupidissima pratica della composizione dei cadaveri), e spero che non fosse per quello. Il secondo è per una accettazione della morte come processo naturale ed assolutamente NON rettilineo (sentite, a me Pennac piace leggerlo, ma se uno è un deficiente che fa dettar banco al proprio nichilismo post-comunista, post-muro, post un po’ tutto perché il nichilismo ha rotto le balle e ha i giorni contati [Come il liberismo, zing!] bisogna prenderne atto).

Che è un po’ quello che dovremo fare tutti, quello che ad inizio film Izzi ha già fatto (colpita da un tumore al cervello e omonima della mia amica, la figlia. Oh, the irony) e che T(h)om(as) impiega qualcosa che si avvicina all’eternità per raggiungere. Essere in pace con quello che si è, cioè esseri viventi (cioè filtri neuronali immersi nella complessa trama del cosmo. Vedere come ridurre tutto ai minimi comun denominatori del raziocinio non cambi di un’acca la questione) che vengono ad essere, assorbono, rielaborano e cessano di essere. Tanto vale che nell’assorbire e nel rielaborare uno riesca ad infilarci qualcosa di bello. E non tanto per un imperativo categorico (ne’ etico ne’, dio ne scampi [lol] religioso), ma perché è giusto che sia così. Perché sì. Perché forse arrivare a quella misura di grazia con la quale ho aperto il post fa parte della nostra natura così come nascere e morire. E’ tutto quello che sta nel mezzo e, esattamente come le domande, è più importante di dove si va a finire.

Ps: quando avrò il laptop di pasquini potrò inserire l’immagine che voglio io, nel frattempo dovrete accontentarvi di quello che aveva da offrirmi google.

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