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Deathly Hallows et al.

dicembre 5, 2010

Una sorpresa, decisamente una bella sorpresa.

Era ormai dal quarto film, il calice di fuoco, che questa (s)fortunata serie cinematografica non aveva avuto più niente da offrirmi. Le trame, già non particolarmente eccelse nel materiale di origine (e soprattutto sempre più tirate per le orecchie col progredire della storia), completamente stravolte e tagliate per far stare 600 pagine di libro in 100 minuti di film, apparivano come una sequenza di scene non coese, che passavano senza lasciare traccia e senza dire nulla. Il ritmo ridicolo: grossi effettori con musiche d’orchestra che si alternavano a scene di banale adolescenza da parrucchieri, che sembravano prese la “la vita di segreta di una teenager americana” (lo conosco perché se lo ciucciava con sospetta avidità la mia ospite in Svezia). Film senza arte ne’ parte, senz’anima.

Ora, gli attori sono ovviamente gli stessi. Quello che colpisce è che ad essere gli stessi siano anche regista e sceneggiatore.

Lo stesso identico team che era riuscito ad ammazzare quel poco di buono che la serie di Harry Potter aveva portato nel genere (leggi: una decisa tendenza all’evidenziare aspetti favolistici, sia classici sia, cosa più simpatica, stranamente urbani in quella che altrimenti sarebbe stata solo l’ennesima saga fantasy del cazzo) negli scorsi 3 film adesso è riuscito nell’impossibile impresa di rendere interessante la storia e i contenuti dell’ultimo, pessimo, libro di HP, Deathly Hallows.

Ancora non capisco bene come lo abbiano fatto, sinceramente, ma ho visto il film ormai già due volte, e la seconda visione ha confermato quello che avevo notato nella prima.

Cioè che questo film funziona perché non è un film di Harry Potter. Approfittando della, uhm (<—eufemismo incoming),  scarsa densità contenutistica della prima metà del libro (che andava più o meno “psicodramma adolescenziale, angst, innuendo all’omosessualità del vecchio saggio, rinse, repeat”, per QUATTROCENTO PAGINE, il regista si è preso il suo tempo per dilatare la storia e dare un ritratto dei personaggi principali migliore di quanto abbiamo mai potuto vedere (e sì, eheh, anche rispetto ai libri, perché JK a scrivere fa un po’ schifo). Diverse scene funzionano molto bene (come il, assente nel materiale originale, ballo dei due protagonisti, soli e braccati da mesi; o l’asettico bollettino di guerra di matrice “fronteoccidentalina” sullo sfondo di lunghe camminate), e più in generale la fotografia e la cinematografia fanno un bel lavoro nell’offrire panorami che danno l’impressione è quella di stare vedendo il figlio illegittimo di Into the Wild (perché, seriamente, il secondo terzo del film è praticamente composto da soli paesaggi) e 28 Giorni Dopo (perché c’è una sottile linea di post-apocalittica, e soprattutto perché la gente parla con accento british).

Infine gli effetti speciali, spettacolari, sono usati con estrema parsimonia (per una assenza di eventi pivotali, più che per scelta stilistica), e quindi quando saltano fuori fanno ancora più impressione.

E tutta la parte ambientata a Londra funziona perché a) Londra è immensamente ganza b) da il contrasto interessante che non si trova nel genere, che manca drasticamente di contestualizzazione (questo perché il fantasy è, notoriamente e ironicamente, il genere narrativo con meno fantasia dell’universo).

Insomma, se avete dubbi perché gli ultimi vi hanno fatto schifo, o non siete mai andati a vederne uno perché ve ne rugate il cazzo, dategli una possibilità (nel secondo caso magari leggetevi le trame dei precedenti su wikipedia, che sennò non ci capite una mazza), perché questo film, contrariamente ad ogni aspettativa, merita. Sono curioso di vedere che cosa combinano col prossimo (sospetto che, esaurite le possibilità di continuare a non fare succedere nulla, dovranno fare avanzare la storia, e quindi farà schifo. Però si sono meritati quantomeno la fiducia).

Ora, detto questo, potrei dire tante altre cose.

Come che l’università stia finalmente iniziando ad andare normalmente (nel senso di “bene”).

Come che in Italia il magnifico “Scott Pilgrim Vs. The World” sia uscito in 2 sale in croce, e manco ho avuto la possibilità di dargli dei soldi o di spargere la voce.

Come che nonostante tutte le attenzioni che ricevo da un numero esageratamente alto (anche troppe, certe volte) di persone, sbattere la faccia sul fatto che c’è qualcuna che ormai non mi fa più nemmeno gli auguri di compleanno mi faccia un male cane lo stesso (e io a comprare i pinguini, incredibile)

Come che The Fountain, come che il Flying Circus, i giochi da tavolo, i libri e i fumetti, e la musica (sempre meno di tutto, ‘tacci loro).

Come che però è tardi e, vedere il primo “come che”, debba dormire per alzarmi presto.

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3 commenti leave one →
  1. Anonimo permalink
    dicembre 6, 2010 9:46 am

    sei proprio uno stronzo

  2. Anonimo permalink
    dicembre 17, 2010 9:00 pm

    tesoro scrivi da dio, però dovresti cercare di tiratela un po’ meno.. nel senso, sembri proprio uno di quei ragazzi che si sentono al centro del mondo; poi magari mi sbaglio, la mia è una semplice sensazione.

    detto questo, hai veramente ragione nel dire che JKR non sa scrivere, e il film è fatto decisamente meglio rispetto agli altri.

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