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Sull’estetica (e le bestemmie)

aprile 29, 2009

E’ vero, era parecchio che non scrivevo qualcosa. Nella mia crociata contro la personale e distruttiva abitudine a non fare niente tutto il giorno ho trascurato, tra le altre cose, anche questo blog. Assignment compresi. Magari ho adempiuto, ho provato: ma la forza di scrivere qualcosa di utile non ce l’avevo. Tanto valeva starsene zitti. Non me ne vogliate, ma anatomia, che Dio li fulmini, necessita questo. Ed altro, infatti il successo all’esame non è garantito. Comunque sia, torniamo a noi. Vi avverto, sarà una cosa lunga. Per facilitarvi, un breve riassunto: nella prima parte parlerò di come la cultura si sia denaturata nell’era moderna, nella seconda di come l’estetica sia importante, dappertutto. Saltate pure una delle due parti, se volete.

Il mondo moderno, per fortuna, è più “di sinistra” (su, guardate al di là della semantica e non rompete i coglioni, sono ironico) di quanto lo fosse in passato. Si sono persi gli elitarismi, la nobiltà, l’assolutismo di origine divina. Si è iniziato a pensare a come rendere tutti uguali, piuttosto che a come sfruttare coloro verso i quali il caso era stato meno generoso. I vantaggi dell’uguaglianza, oltre ad una giustificata sicurezza di “stare facendo la cosa giusta”, sono stati illustrati efficacemente dal professor Formiconi. Però, come in tutte le cose, c’è il rovescio della medaglia. Sapete, come lo Yin-Yang e quelle troiate da manager (rigorosamente femmine) new age. Nell’ambito della cultura umanistica, quella fatta da prosa, filosofia, poesia eccetera, la parità degli uomini ha indubbiamente causato disastri. Adesso che tutti sanno leggere e tutti sanno scrivere, che i nobili sono in bancarotta o ai domiciliari per sfruttamento della prostituzione, che tutti hanno pari dignità, la quantità di libri di merda è aumentata in modo spropositato. Il problema è che questi libri vengono letti da tutti. Com’è normale che sia, altrimenti non sarebbero libri di merda, del resto. Occupano le librerie (quelle delle grandi catene, ovviamente. Le vecchie librerie polverose e amichevoli stanno venendo sostituite da mostri di compensato e plexiglass), le televisioni, i giornali. Le scuole. Al test di ingresso di medicina ho trovato una domanda (qualsiasi essa fosse) che come risposta aveva “Susanna Tamaro”. Come se su una domanda di cinema la risposta fosse “Moana Pozzi”. Per farla breve, insomma, tolgono visibilità ai “grandi libri”, il cui numero di uscite quinquennali è ovviamente identico a quello di cent’anni fa. Insomma, non è che un “Guerra e Pace” possa essere scritto ogni mese. Nel frattempo, gli scrittori con troppo talento per poter sperare di vendere abbastanza, non c’hanno da campare. Spariti i nobili, sparito il mecenatismo. Prima campavano gratis, sulle spalle di qualcuno che aveva abbastanza soldi da poterli spendere per la cultura. Si accontentavano di una dedica al terzo verso della prima stanza, ed erano tutti contenti. Adesso le uniche cose in grado di convincere qualcuno a scucire soldi per pubblicare un libro sono i numeri di zeri sul fatturato mensile. Questa è la triste realtà. Ma alle persone, soprattutto ora che si sentono tutti speciali (quando il più delle volte sono semplicemente analfabeti di ritorno), non piace ricoprire la posizione dell’imbecille. Se si può questionare sulla liceità del dare dell’imbecille a qualcuno, è indubbio che non c’è pratica più salutare e onesta che darsi dell’imbecille da solo (ne approfitto: per inciso, io sono un imbecille). Lo aveva detto Socrate, eh: il saggio è colui che sa di non sapere. E invece no,  non solo si è speciali e assolutamente NON imbecilli, ma addirittura siamo “persone meglio”. Rimane solo da trovare un modo per giustificare tutto questo.

Questo modo è la progressiva atrofizzazione dell’estetica. Non è ovviamente l’unico, e non è ovviamente il maggiore, ma a me sinceramente mimportaunasega, come dicono i francesi. Checchè se ne dica, la tendenza moderna (ma dagli ultimi cent’anni in poi, mica dall’altroieri) è di decantare le modi del significato a scapito del significante. “L’abito non fa il monaco”, “quello che importa è il pensiero”, “tante belle parole e poi non ha detto niente” “orco giuda si è rotto il profilattico” e cose così. Sono frasi che si sentono fin troppo spesso (soprattutto l’ultima, ma ho paura sia un altro discorso), e le più volte a sproposito. La forma, l’estetica, non sono importanti, ma FONDAMENTALI. In tutti i campi. Partiamo con la poesia. Se si ci si avventura su  internet, si trovano diversi siti di raccolta di poesie “amatoriali”, per così dire. Ebbene, sono tutte o quasi uno schifo. Ma non per chissà quale ragione, è che partono proprio dalla premessa sbagliata. Poesia viene da poiesis, forma. Non è il cosa, si dice, ma il come lo si dice. L’amore di Leopardi per la Targioni non è troppo dissimile da quello di un coglione qualunque per la sua morosa. Se siete innamorati di qualcuno, se avete visto un bel tramonto, se siete depressi, se vi volete ammazzare, beh, di tutto questo non fotte niente a nessuno. Gli uomini si innamorano, vedono tramonti, si deprimono e si ammazzano dall’alba dei tempi. Dovete dirlo in maniera convincente, altrimenti è una poesia del cazzo. Per la letteratura, in realtà, è la stessa cosa. I concetti di un romanzo, anche di quelli più complessi, sono riassumibili in un periodo. Prendete il già chiacchierato Infinite Jest. 1300 pagine o qualcosa di simile, 30 personaggi principali, 50 anni di tempo della storia, argomenti che spaziano dal tennis alle atomiche, passando per droga e aritmetica. Risultato: “per l’uomo è impossibile rinunciare al divertimento”. Tutto il resto è definito dal modo in cui è scritto. Intendiamoci, per scrivere bene le “scuole di scrittura creativa” non servono a niente, si vede che sono artifici vuoti di significato (significato estetico). Si deve imparare a leggere, per imparare a scrivere. Ma portiamo la cosa ad un livello un po’ più astratto, universale, lasciando perdere le implicazioni pratiche. Forma o Contenuto? Per quanto mi riguarda, prediligere il contenuto è autoreferenziale ed antropocentrico (parola che, fra parentesi, il Formiconi odia). I contenuti, pure quelli buoni (e sono rari), sono concetti umani, partono dall’uomo per arrivare all’uomo. L’estetica invece si rifà alla metrica, che è matematica. La matematica è il tessuto stesso della realtà. Parlare di un concetto è rivolgersi ad una porzione infinitesima del creato. Produrre qualcosa di esteticamente valido (che sia una poesia, una statua, un dipinto) significa contribuire attivamente alla Bellezza dell’universo.

Si ringrazia quel cinese (del cazzo) di Claudio per avermi aperto gli occhi per l’ennesima volta. Se ne dovrebbe tornare in Manciuria, però.

EDIT: l’articolo l’ho scritto stamani. Nel frattempo, quei brav’uomini della segreteria di anatomia sono riusciti a perdermi la patente che avevo dato loro per prendere in prestito una scapola. Che si fottano. Urge sfogarsi anche via etere, però.

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6 commenti leave one →
  1. maggio 14, 2009 6:10 pm

    Ma oggi non conta tanto il “come”. Il come richiede impegno, sforzo, attività biosintetiche neuronali, dedizione, passione, coinvolgimento nelle cose che ci accadono intorno, un vero “sentire”, la sforzo di non essere stronzi con la vita quanto lei può esserlo con noi. E questo oggi non è considerato un valore, almeno in una buona fetta della società.
    Piuttosto contano il “se” il “quando”. Ovvero, conta fare. E fare quando si deve fare, cioè quando va di moda.

    Quello che però mi sconvolge, in realtà, proprio parlando di poesie amatoriali, sono gli esteti che vendono bei contenitori rileccati senza buttarci dentro uno straccio di contenuto. E si ritengono, chiaramente, i depositari di ogni nobile arte di questo pianeta.

    • maggio 29, 2009 2:52 pm

      Perfettamente sulla prima parte.
      Sulla seconda bisogna fare una distinzione. Ho nominato e non a caso i poeti da “scuola da scrittura creativa”. Loro vendono contenitori e basta. Non sono rileccati, se ne può accorgere anche l’ultimo degli ignoranti (il sottoscritto, ad esempio, che per quello che so di poesia posso solo permettermi di dire “mi fa schifo/mi sembra carina”), ma non l’ultimo degli imbecilli. All’ultimo degli imbecilli basta mettere un aggettivo obsoleto perchè pensi di stare leggendo le pergamene del Mar Morto. E infatti, ripeto, Coelho è considerato un vate della scrittura intellettuale.
      Ci sono poi quelli che scrivono poesie EFFETTIVAMENTE prive di contenuto. Ma il contenitore è talmente ben fatto che sopperisce tranquillamente. Se il significato estetico è totale e totalizzante, non serve minimamente un contenuto. Il più delle volte anche la sola forma per essere apprezzata e decifrata ha bisogno di un lettore capace di leggere i vari livelli estetici. Se questi poeti si considerano i depositari di ogni nobile arte poi non so. ma per quanto mi riguarda sono a tutti gli effetti i depositari dell’UNICA nobile arte mai esistita. Quella estetica.

      • lateladigaul permalink
        giugno 28, 2009 11:49 am

        Primo mio commento su questo tuo interessante blog…per esprimere un’opinione contraria però, perché mentre su alcuni punti posso essere d’accordo, non posso esserlo sulle conclusioni di questo post. Io in un un universo dove la bellezza è resa per mezzo di leggi metriche soltanto non ci vorrei stare. Perché se il contenitore, per quanto bello, è vuoto, io resto delusa, e perché trovo che la perfezione formale non porti evoluzione, o più semplicemente, cambiamento. Invece un contenuto sì, perché è personale. I contenuti ci permettono di porci domande.
        Se rinunciamo ai contenuti nell’arte, un mezzo di espressione tanto vasto, cosa resta? E tra tanti contenuti si spera ce ne siano alcuni buoni, ai quali comunque non possiamo rinunciare in partenza. Anche se si sa che è difficile mettere insieme forma e contenuto, mica dobbiamo schierarci per forza con l’uno o con l’altro…
        Ho scritto un post sul mio blog su questo argomento, se ti interessa…
        E scusa l’inevitabile lunghezza!

      • luglio 7, 2009 4:02 pm

        Salve, grazie per il complimento (che mi piacerebbe ricambiare, ma non hai lasciato alcun link al tuo blog, dunque non so di dove partire, sinceramente XD). La differenza fra me e te, in realtà, è una mera questione di vedute, e su questo ci torno dopo. Prima devo correggere un tuo errore. Quando dici “perché trovo che la perfezione formale non porti evoluzione, o più semplicemente, cambiamento” mi attribuisci un paragone che non ho fatto. Quando io parlo di “estetica” e di “metrica” non mi riferisco all’ordine. Non per forza, almeno. Il caos, tralasciando la semantica (che in questo caso è figlia della scienza, una definizione pratica), è anche esso regolato, a livello concettuale. E’ regolato da leggi che non vediamo e che non conosciamo. e che per loro natura, non conosceremo mai. All’atto pratico (e anche teorico, sì: il rasoio di Occam) è come se queste leggi non esistessero proprio, ma non dimentichiamoci che il creato non è a nostra misura. Anzi, è esclusivamente a misura di se stesso. Come le sinfonie cacofoniche di Captain Beefheart, nel ’69, o i circonvoluti ritmi sincopati e a tempi dispari delle più criptiche band di Math-Rock nascondevano (e nascondono tutt’ora) un preciso ordine, in profondità. Quindi, l’estetica non è per forza ordine per come lo intendiamo.

        Proseguendo, mi sa che siamo arrivati ad un punto morto. Uno scontro di vedute. Per carità, rispetto molto la tua posizione (e non perchè le rispetti tutte a prescindere, anzi), anche se è diametralmente opposta alla mia. Fra le persone che rispetto di più posso contare uno che ha il santino di Hitler sulla scrivania, uno che è convinto che la morte della civiltà sia cominciata con la rivoluzione francese e uno che ritiene che “il bombardamento di Dresda era preferibile, a livello teorico, ad anche una sola settimana di guerra in più”. Quindi figurati se mi spavento per una cosa così. Però per quanto mi riguarda è una grossa bischerata (in senso affettuoso, ci mancherebbe ^^). Evoluzione e cambiamento sono due processi affascinanti, ma (come ho detto nell’intervento) antropocentrici. E se me lo concedi, io non mi considero degno di attenzione, in quanto uomo. Posso permettermi di pormi domande (cos’altro avrei da fare, per riempire le giornate, altrimenti, oltre a giocare con la playstation?), ma difficilmente di dare delle risposte. Non mi si addice, non si addice mai, punto. Quello che ci differenzia dagli esseri non dotati di autocoscienza non è l’abilità a risolvere problemi, ma solo quella di porci delle domande. Il resto è caduco. E’ pretenzioso. E’ triste. Allo stesso modo in cui è triste l’assumere droghe con la pretesa di “espandere la propria coscienza”. Una volta che l’hai espansa ti ritrovi dove prima. A confronto con l’infinito, il tuo aumento di percezione equivale ad un nulla cosmico, sei cieco quanto prima. E anzi, sei anche affranto, perchè sai che oltre quel punto non potrai mai spingerti. La condizione umana (o più in generale, quella dell’autocosciente) è una condizione triste, senza speranza. Prima la si accetta meglio è. Sia il contenitore (che, ripetiamo, è infinito in quanto estetica) che il contenuto (che è finito, e proprio per questo apprezzabile dagli uomini) sono abbastanza interessanti. Il motivo per cui preferisco il contenitore al contenuto, è, dunque, semplicemente una questione di coerenza.

        Non scusarti per la lunghezza del tuo reply, come vedi non è che io lesini sulle parole.

  2. Gennaro permalink
    maggio 28, 2009 8:44 pm

    ahahahah, la patente… sei e sarai sempre un uomo surreale.

  3. giugno 1, 2009 7:52 pm

    Non lo so. A me l’estetismo senza contenuto da sempre un’idea di fredda immobilità. Un po’ come gli interni di certi ristoranti giapponesi nelle capitali europee. Forse perché alla fine quel tipo di bellezza, la bellezza del Bello, è davvero fredda ed immobile?

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