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Coltivare le connessioni?

marzo 26, 2009

Allora, avverto subito che non sarò breve. Non mi si può chiedere di esprimere un parere su un testo di oltre 50 pagine e di concentrarlo in 200 parole. Allo stesso modo, non troverò l’occasione di parlare a proposito di tutti gli spunti di discussione che ci sono stati offerti. Dove non specificato, il mio silenzio a proposito di un dato argomento è da prendersi come un essere d’accordo fino in fondo e profondamente commosso per tanta sagacia e intelligenza. No, non è sarcasmo, davvero. Ho letto cose che speravo di sentir dire da una figura di insegnamento di una certa età da qualcosa come 10 anni, cioè da quando sono uscito dalle elementari. Perché, fondamentalmente, io sono sempre stato un elemento scomodo, nel sistema scolastico. Ho frequentato medie e liceo nella stessa scuola (il famigerato Poggio Imperiale, che a scanso di equivoci specifico: è una scuola pubblica al 200% ), e ho passato più ore a litigare coi professori che a studiare sui libri. Il che è effettivamente fuorviante, dato che, non ho paura ad ammetterlo anche se un po’ di vergogna la provo, ho passato davvero POCHISSIMO tempo sui libri. Facendo un calcolo approssimativo nei mezzi ma non nei risultati, posso dire con certezza che il numero di ore passate a studiare sui libri nell’intero quinquennio liceale si aggira sulle 50, a dire tanto. Fatevi un calcolo e impallidite pure, io sono il primo ad esserne amareggiato. Se adesso ho tutte queste difficoltà ad adattarmi al ritmo di studio richiesto da medicina, alla quale sono più che appassionato, è perché non sono abituato a stare col culo sulla seggiola. Ma questi sono problemi miei che dovrò risolvere, in un modo o nell’altro. Il punto è che nonostante io sia naturalmente portato al fancazzismo e allo svago (magari anche culturale, ma sempre svago è), mi rendo conto che la scuola non ha mai fatto un tentativo per stimolarmi abbastanza. Per dirne una, fra le tante. La professoressa simbolo della scuola, quella che ci sta da 20 anni e che ce ne starà per altrettanti, era quella di italiano. Ora, a me scrivere piace parecchio, almeno quanto leggere (e magari ve ne siete pure accorti). Mi piace talmente tanto che per riuscire a mettere in un periodo tutti i concetti che vorrei inserirci, mi trovo nelle condizioni di usare costrutti grammaticali magari un pelo contorti (pienamente legittimi, però). Ecco, ho avuto sempre una media del 5, agli scritti. Perché alla sopracitata, nei temi che le dovevano essere consegnati, non dovevano nemmeno esserci i congiuntivi. “Troppo complessi, rendono difficoltosa la lettura”. Per non parlare di tutto il resto. Mi ci vollero tre anni per capire che non era stronza, ma semplicemente non capiva quello che scrivevo (e sì, era la sola a non capirlo. Bastava essere un minimo smaliziati per sguazzare liberamente nei miei temi). Per non parlare della libertà espressiva. Il marchiare qualcosa che non si riusciva a capire come “fuori tema” era all’ordine del giorno. La volta che mi cambiò di suo pugno (cosa già gravissima di per se) una recensione ad un film per il giornale scolastico, cambiando non solo la forma, ma anche l’interpretazione della pellicola (dandone una, fra parentesi, completamente fallace), le chiesi il perché. Lei iniziò dicendomi “No, ma guarda, io il film nemmeno l’ho visto…”. La mandai affanculo. Era rimasta l’unica cosa da fare.

Insomma, tutto questo oltre che per sfogarmi, era anche per dire che quando si tratta di incapacità della scuola di stimolare so perfettamente di che si parla, e lo so non in quanto studente irrimediabilmente scolarizzato, ma al contrario: emarginato perché rifiutatosi di piegare a questo perverso meccanismo. Quindi, a nome mio e di quelle (poche) persone di mia conoscenza che si sono trovate o si trovano nella mia posizione, la ringrazio. Menti come le sue sono preziose, soprattutto quando si trovano nella posizione di poter applicare le proprie idee sulla pedagogia. Detto questo, però, ho parecchie perplessità su quanto da lei analizzato. Ho letto (in questo esatto momento, ho addirittura dovuto cancellare l’ultimo periodo che avevo scritto) la sua risposta sul commento che avevo fatto nel suo blog. In particolare, ha messo in chiaro una cosa che non avevo capito nei suoi scritti precedenti. Ha scritto una cosa sacrosanta, sulla quale mi trovo perfettamente d’accordo, su questo argomento come su qualsiasi altro: “Non si tratta di decidere cosa sia meglio o peggio, si tratta di rendersi conto di come stavano e stanno le cose.”

Se posso, vorrei analizzare quei punti che mi hanno perplesso, uno per uno. Partirei con la questione della distribuzione dell’intelligenza. Lei ci ha dato di pessimisti (e magari ha pure ragione), però io non è che lo sostengo a caso. C’è una precisa curva gaussiana che distribuisce l’intelligenza in un campione omogeneo di popolazione. E non calcolando il QI, il “grado di istruzione” o altro. Con un complesso algoritmo che intreccia una serie molto lunga di fattori (fra cui, ovviamente, anche i precedenti), si è giunti alla conclusione che gli immensamente intelligenti e gli immensamente stupidi si eguagliano, in numero. Il punto è che la maggior parte sta nel mezzo, e quel “mezzo” non è abbastanza. Quando lei cita Linux come “prodotto della massa”, fa un errore tecnico. L’interesse destato nella web community per Linux e i software open source è stata sì una “sconfitta” dei management aziendali chiusi e gerarchici, ma non certo una vittoria della massa. Gli interessati e contribuenti (da quelli geniali che hanno stravolto il codice a quelli che magari sono solo riusciti ad aggiungere uno script per il calcolo del 740) rappresentano solo una microscopica fetta di tutte le persone che rientrano nei canoni di acculturamento delle società “occidentali” (in senso lato), e non sono una fetta composta da persone casuali. Per capirsi, sarebbe come avere dato per scontata la vittoria di Al Gore o John Kerry per le scorse elezioni politiche americane, solo perché la quasi totalità della stampa e dei siti web pullulavano di prove di quanto Bush fosse poco raccomandabile come presidente. In un forum americano qualunque, pure se trattava di videogiochi, un sondaggio avrebbe dato per straperdente Bush. Eppure ha vinto, per ben due volte. Perché tutti, anche i più ignoranti, hanno il diritto e sono in grado di votare. E lo hanno sfruttato. Vede, io non ho paura della massa in quanto tale. Dei pochi verso i quali riservo la presunzione di credermi migliore, non ho paura. Io ho paura dell’autorità, di qualsiasi tipo. Il giorno in cui l’autorità sarà atea, sarò in ginocchio a pregare verso La Mecca. Perché l’autorità fa impazzire, degenera e fagocita se stessa, irrimediabilmente. L’esperimento del carcere di Stanford ne è la prova. E la massa, ultimamente, ha avuto i mezzi per ergersi ad autorità (sì, in questo senso sono antidemocratico).

Torniamo a prima, dunque, e analizziamo le cose come stanno. Donna Mimma, i suoi nonni, le passeggiate nel bosco, i banchetti a fine vendemmia… sono tutte cose che non possono più permettersi di avere uno spazio, oggi. Questo spazio è già occupato da una spersonalizzazione e una disumanizzazione che, lo so bene, sono grigie e prive di poesia, ma sono oggettivamente necessarie al mantenimento di quel tenore di vita fatto sì da tv al plasma più grandi delle pareti che li ospitano e da frigoriferi bulimici, ma anche di salute e progresso culturale. Dato che non ci si può domandare cosa sia meglio e cosa peggio, ci si deve chiedere “ne è valsa la pena?” La mia risposta è “sì, assolutamente”. Semplicemente, sono comunque riuscito a ricavare uno spazio personale di relazioni “all’antica”, in parecchi anni. Proprio come lei, mutatis mutandis.

Alla fine, paradossalmente, lei ha evidenziato una dicotomia, o almeno sembra averlo fatto. Parla di studenti scolarizzati e metodici ma poco propensi ad una cultura mutevole, e di mezzadri “semplici” eppure in grado di fare fronte ad una miriade di problemi imprevedibile grazie alle conoscenze maturate nel proprio PLE (le tecniche tramandate dai genitori, dal contatto con la natura…). E’ senz’altro vero, e ho già detto che per me la scolarizzazione è, detto in francesce, nientemeno che sterco. Però è innegabile che questo metodo di insegnamento sia il più semplice e funzionale, e a differenza di una educazione pedagogica capace come quella da lei promossa, è adatto a grandi numeri di persone, che si potranno specializzare ognuno in una cosa diversa, restando completamente ignoranti nel resto ma facendo funzionare (e sì, pure progredire) la società. Per usare una metafora, è la stessa differenza che intercorre nel crescere un figlio tirandogli degli schiaffi (la scolarizzazione) negli episodi più difficili o perdendo tantissimo tempo nello spiegare a parole dove ha sbagliato (la costruzione di un PLE). Difficilmente verrà su uno psicolabile (anche se è possibile. Ogni tanto qualcuno si fa Erostrato e, pazzo o estremamente lucido che sia, compie un gesto estremo), ma rimane il metodo sbagliato.

Per concludere, per come la vedo io i paragoni (non il citare, ma i paragoni, che qualcuno nei commenti ha incautamente fatto) col passato sono fuori luogo e fuorvianti. La società sarà anche spersonalizzata e diventata incapace di costruire network sociali degni di questo nome, ma funziona, e lascia comunque a chi ha la volontà e il coraggio di farlo un minimo di spazio per crearsi un PLE. Discorso diverso, invece, per i pochissimi (mai fidarsi delle etichette autoappuntate. Questo tipo di persona si tende a sopravvalutare) che dedicano la vita allo studio di materie ormai diventate obsolete come la letteratura. Conosco persone talmente belle dentro da meritarsi un vitalizio ad honorem più alto di qualsiasi stipendio mai percepito da un primario. Eppure moriranno di fame. E questo sì, che è un peccato.

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9 commenti leave one →
  1. marzo 26, 2009 8:00 pm

    Scrivo questo post per vedere come appare il mio nome nei commenti. Al tuo post ho risposto nel Daily

  2. Andreas permalink
    marzo 26, 2009 10:13 pm

    Riprovo per lo stesso motivo

  3. marzo 26, 2009 10:14 pm

    Ok, ho capito, se faccio un commento senza essere loggato in wordpress allora non viene fuori il link …

  4. Andreas permalink
    marzo 26, 2009 10:15 pm

    Anzi, se faccio un commento senza essere loggato in wordpress e non metto l’indirizzo del mio blog nel campo apposito allora non viene fuori il link …

  5. marzo 27, 2009 12:53 am

    Proviamo un po’…

    EDIT: perfettamente, mi mancava la parte “inserire indirizzo nel campo apposito”. la ringrazio per l’aiuto, era una soluzione così demenziale che penso andrò a letto perchè la mia bassa autostima smetta di colpire. Ovviamente scherzo, ma a letto ci vado comunque. Domani le risponderò sul suo blog, o sul daily, o su tutti e due.

  6. asterione88 permalink
    marzo 29, 2009 6:49 pm

    Anche stavolta prima di commentare mi sono riletto un paio di volte il post; commento per punti perché è più facile per entrambi.

    1. la tua professoressa di Italiano non capiva una sega. I congiuntivi sono BELLISSIMI, guai a chi me li tocca! Hai fatto bene a mandarla affanculo, ti appoggio abbestia.

    2. Ti sostengo abbestissima anche per la distribuzione dell’intelligenza. Semplicemente, è vero che la maggior parte delle persone sta nel mezzo, come scrivi, e quindi tendenzialmente le masse sono stupide. Anche io sono antidemocratico in un certo senso, per i tuoi stessi motivi. Io sono per l’aristocrazia, in senso etimologico (da aristòs, migliore): governo dei migliori, dei meritevoli. Però stai attento ad una cosa: il fatto che uno sia stupido non significa che non possa dire una cosa intelligente o semplicemente giusta, così come l’intelligenza non conferisce l’infallibilità, né garantisce di non poter dire cose stupide – e questo anche perché entrano in gioco fattori come il tipo e la qualità di informazioni di cui uno dispone.

    3. Il pensare che oggi si viva necessariamente meglio che in passato è un residuo del positivismo; io personalmente sono contento di vivere in questa epoca, ma questo non significa che l’anno 2009 sia meglio dell’anno 1809 sotto tanti punti di vista.

    Sul resto, non ho niente di particolare da aggiungere o da obiettare che non sia stato già aggiunto od obiettato, quindi è inutile che commenti….

  7. marzo 30, 2009 7:02 pm

    Anzitutto, non posso evitare di farti i complimenti per la brillantezza espositiva. Sicuramente l’argomento ti stava a cuore. Onestamente non ho idea di chi tu sia, ma ciò che hai scritto è in larga parte rappresentativo di un’aporia in cui mi imbatto spesso quando provo a delineare il mio pensiero sull’argomento. Tra l’altro, il primo input in questo senso mi venne servito proprio da Andreas Formiconi in circostanze analoghe a quelle in cui ti trovi tu. Il che è un modo cool per dire che l’anno scorso ero anche io al primo anno di Medicina.
    In effetti penso che la questione più significativa che poni nel tuo post sia quella inerente alla natura della Massa con i suoi fenomeni e le sue leggi più o meno invariabili. Tanto per restare in tema, basta osservare come una classe di Medicina – la tua o la mia, non fa molta differenza – reagisce all’incontro con “Iamarf”. Una piccolissima percentuale di individui rimane fulminata dalle parole del prof e partecipa entusiasticamente, intavolando quella che a tutti gli effetti si configura come una riflessione su problematicità. Molti manifestano più o meno apertamente la loro simpatia per Iamarf perchè “è un ganzo” e “dice cose ganze”, o anche “fa cose ganze”. Molti altri portano a termine i loro compitini sul blog senza la pretesa e la voglia di entrare veramente nella discussione, ma comunque “provando” qualche strumento del web 2.0 . Infine, una parte notevole degli studenti rimane assolutamente indifferente o addirittura infastidita da “quell’esaltato del Formiconi”. A conti fatti, quindi, quello che a noi interessa è rilevare che le persone che effettivamente hanno voglia di raccogliere un confronto approfondito si contano sulla punta delle dita. E’ vero che molte altre ci hanno almeno provato – sono in parte d’accordo col prof quando parla della gente che fa, di quella che imita, e di quella che sta a guardare – ma secondo me il problema è qualcosa di diverso.

    Il problema è che quello che si auspica è un tipo di insegnamento dove, sopra ogni cosa, conta l’iniziativa personale. La voglia di andarsi a cercare le cose in quanto oggetto di un proprio interesse. Un atto di curiosità, e forse anche di amore – perché no? Come te, anche io ho passato sui libri di scuola una quantità di ore irrisoria, pur frequentando quello che doveva essere un liceo classico molto duro. Mi sembra di capire che tu sia stato poco fortunato; io invece amo dire che sono stato mediamente fortunato, perchè ho trovato in molti casi persone che hanno capito che per interessarmi dovevano stimolarmi, e per stimolarmi dovevano darmi carta bianca e spingermi a cercare da solo quello che avevo bisogno di sapere. Ha funzionato molto bene. Ma non è per tutti. L’intuitività presuppone attitudine alla ricerca, e voglia di ricercare. La massa, in media, non ha voglia di ricercare. La massa, in media, si è iscritta a Medicina perché mette al primo posto nella propria scala di valori una vita sicura, sanza ‘nfamia e sanza lodo, una posizione sociale rispettabile e il raggiungimento/mantenimento di un tenore di vita medio-alto. E non è che le cose possano essere tanto diverse da questo stato di cose: non possiamo essere tutti premi Nobel, non possiamo essere tutti profondamente appassionati, curiosi, scienziati, filantropi. La media è soprattutto mediocre, senza che questo debba per forza essere un limite. E’ una condizione intrinseca, uno stato di cose.

    Ecco, la media rimane praticamente indifferente al modo di parlare di una persona come il Formiconi. Certo è che la stessa massa sarebbe poi pronta a seguire un’eventuale nuova “moda” nel fare didattica in un certo modo; quello che mi chiedo è: questo “certo modo” di fare didattica è davvero applicabile ad una massa? Nella mia esperienza mi viene da rispondere che, per sua stessa natura, sarebbe applicabile solo a persone con particolari caratteristiche personali, e che risponderebbero in modo eccellente. Quello che forse mi ha portato a capire meglio quale possa essere il potenziale “esteso” di queste idee così apparentemente “rivoluzionarie” è stato l’incontro dell’anno scorso col prof. DeBernard (che il Formiconi ti ha citato in un suo post). Questo anziano professore di biochimica poneva, in poche parole, un problema abbastanza ben delineato: la didattica come rapporto interattivo vero e proprio. E non parlava certo di uno stravolgimento radicale del sistema: semplicemente, palesava l’esigenza di un nuovo “patto” (che mi verrebbe da definire “generazionale”, ma non rende bene l’idea) tra insegnanti e studenti. Un patto cooperativo improntato al “fare”: fare didattica di qualità, razionalizzare la dispersione dei corsi, anche evitandone la sovrapposizione negli stessi periodi. Rimasi molto colpito, perchè in quell’occasione sentii pronunciare per la prima volta – eccetto le chiacchierate col Formiconi – la parola “collaborazione” in un contesto universitario che appare molto narcisisticamente competitivo. Insomma, una rivoluzione prima di tutto sociale, interpersonale. E da allora decisi di provare a dare un’interpretazione di questo tipo a tutto il nostro discorso, cercando di “forzare” la massa sul piano dei rapporti umani, che mi sembra essere il più efficace per “interessare” gli esseri umani.

    Avrei molto altro da aggiungere, ma semmai se ne riparlerà.

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