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Ritorni

maggio 9, 2013

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Ci volevano un errore nel calcolo su quanto tempo mi ci sarebbe voluto a leggere le ultime sessanta pagine di Antifragile (Taleb, 2013, fatevi un favore e leggetevelo assieme ai precedenti Fooled by Randomness e The Black Swan); una inaspettata mancanza di sonno (coadiuvata dalla scomodità da girone dantesco della posizione che i fottutissimi seggioli Ryanair costringono i tuoi tapini muscoli ad assumere) e uno smartphone ancora completamente svuotato di ogni applicazione dolorosamente e precedentemente acquistata e perciò (tristemente carente della capacità di usare i peli pubici del proprietario come router wifi) del tutto inutile perché, spinto dalla disperazione della prospettiva di passare 45 minuti senza poter fare assolutamente nulla o peggio riascoltare Macchina da Guerra (Uochi Toki, 2013, autoprodotto. Se non vi piace farvi male evitate) mi mettessi a scrivere un nuovo post. Scoprendo, peraltro, di sapere ancora tirare su periodi di una certa lunghezza nonostante non stia leggendo altro che saggistica tecnica in inglese da due anni (volevo specificare che non me la sto tirando perché in realtà leggo troppo poco, ma mi sono reso conto che è se possibile una frase ancora più paracula di quanto appena detto, quindi me ne sto zitto. La realtà è che non me la sto tirando perché ho semplicemente smesso da quando leggo saggistica).

Comunque, io lo avevo detto che avrei scritto pochissimo e sono contento di aver mantenuto le promesse. Alla fine ho davvero preparato patologia in un numero di giorni ridicolo e in una atmosfera carica di tensioni accademiche e sentimentali che se fossi una persona sostanzialmente peggiore dire Faletti, invece dico Linklater. Insomma, sono stati giorni molto intensi e non me li scorderò finché campo. Parlando di cose che hanno un senso oltre i miei futuri lontani ricordi, dunque per l’erasmus sono partito, Malaga si è rivelata la scelta giusta per una persona che aveva bisogno a)dei suoi spazi, più che altro mentali e b)di fare festa certamente più del solito ma secondo canoni (accento sulla a) arbitrari.

La soluzione ad a è stata la dimensione microscopica della città, pare che dove lo spazio fisico è pochetto vada tutto a favore di quello mentale, e questo me lo immaginavo. B, invece, è stata del tutto una sorpresa, comunque a conferma che in questi casi la differenza non la fanno i LUOGHI CHE LA CITTÀ METTE A DISPOSIZIONE che è una cultura che, in base a quanto ti sbavi addosso mentre lo dici, appartiene più che altro ai frequentatori dei centri sociali o dei caffè libreria; ma la gente che hai il culo di trovare. E io ho trovato persone con cui generalmente, fuori dal dominio specifico di cosa facciamo insieme, non avrei mai potuto avere a che fare. Chi ha la sfortuna di vedermi su Facebook ha già capito che sto parlando della Tuna, la goliardia spagnola (latina in generale), un gruppo di ragazzi che pensano davvero che la vita sia vino amore e allegria e che sia compito loro ricordarlo a quante più persone possibili, indipendentemente dalla percentuale di volume del loro corpo che hanno occupata da seni.

Inoltre, pare che l’annosa questione su cosa fare della mia vita (a parte finire il corso di studi, trasferirmi in un qualunque posto molto verde e frattalico con una donna che amo, un figlio o due e un cane gigantesco a leggere molto e bere vino rosso, si intende) (in alternativa, dato che sono comunque adattabile, mi vanno bene anche un cane o due e un figlio gigantesco) abbia avuto una bella spinta dalla solita nullafacenza accademica che caratterizza tutti i miei primi semestri, che quest’anno ha catalizzato la scoperta di cose importantissime come le scarpe barefoot e la fisiologia non lineare ma sopratutto dell’inferenza storica del razionalismo naive nel mondo medico, un fatto che è riuscito a spingersi più in là dell’insieme “argomenti con cui puoi fare il ganzo sui forum” a “cose di cui ti puoi occupare davvero nella vita perché sei un adulto, imbecille”. Non sono mai stato particolarmente schifato dalla clinica medica, ma devo dire che l’idea di diventare un impiegato (pubblico o privato) del sistema sanitario, un blue collar worker del bastone di Asclepio (ammetto che avevo scritto caduceo, poi ho googlato e ho scoperto che è il simbolo dei commercianti. Beh, the more you know), differente da un impiegato dell’ufficio delle entrate solo nella laurea, lo stipendio, un anelito creativo nella diagnosi e il ritardo mentale mi spaventa, non nel senso ontologico del termine perché non sono nè al liceo ne’ a filosofia, ma proprio in senso pratico, e mi dispiacerebbe capire a cinquanta anni, a venti dalla pensione, che la bellezza intrinseca di attendere ai bisogni di salute di un individuo non basta più a combattere la noia dell’averlo fatto per troppo tempo, e che da oggi in poi si va avanti a senso del dovere.

Le alternative sono quindi o battere la testa e risvegliarsi con una fascinazione mistica per le micosi oppure fare cose particolari e non nel senso di specializzate. Per vari motivi (non posso dire di dirlo seriamente ma penso che siano le due discipline che più contano in assoluto) avrei individuato la soluzione nelle scariche di adrenalina della medicina d’urgenza o nelle metanalisi dei piani sanitari. O in entrambe (MWHAHAHAH)

L’erasmus è una gran cosa, la libertà totale e il tempo che ti mette a disposizione (diciamolo pure, si studia molto meno) è tutto guadagnato se si ha il buon senso di fare silenzio e riflettere sulla propria vita. D’altra parte l’ultima volta che si ha avuto l’occasione per fermarsi un attimo e pensare è stata un lustro prima (per le persone ammodo come il sottoscritto, che al liceo non facevano nulla), ed è incontrovertibile che prima dei venti anni non si capisca seriamente un cazzaccio di nulla su niente, quindi per forza di cose è tempo impegnato un po’ così.

Questa è la teoria, nella pratica devo ammettere che, nonostante abbia conosciuto anche gente interessante, il cliché dello studente erasmus non solo è vero, non solo è rappresentato correttamente, ma viene anche postmodernamente (ma quel postmoderno frocio da hipster, non quello perbene degli anni 60 con gli erotomani con le maschere da maiale) sbandierato perché boh.

Se avessi scritto tutto questo un mese fa mi sarei messo anche a parlare di come accidenti qualcosa sta nascendo in me, e quel qualcosa pare che abbia i contorni di un nazzareno poco attento alla capigliatura e alle fesserie. Però è passato un mese, e un po’ la devastante vacuità della Pasqua malagueña (e ciò che ne è uscito devastato piu di ogni altra cosa sono stati, tanto per cambiare, i coglioni, omogeneizzati dagli esodi per fare 30 metri in linea d’aria di città a piedi causa blocco totale delle leggi newtoniane perché i carri) un po’ un paio di docce fredde arrivate mentre venivano addentate lonze di agnello alla brace (sugg: dopo Pasqua l’agnello all’essunga è al 50% di sconto, cretini) mi hanno ricentrato un attimo. La sfida adesso è non far diventare la lucidità una scusa per non provare comunque ad essere santi, perché che sia d’accordo è indubbio.

Attorno a me persone che ho conosciuto, che ho frequentato, che ho amato, che ho considerato come fratelli si sposano, muoiono, si perdono o si ritrovano, cambiano vita e città e caratteristiche, smettono di crescere (a vent’anni è un po’ prestino, amici miei, fatevelo dire) o diventano finalmente adulti. Non posso fare a meno di loro eppure non ne ho bisogno. Sono tranquillo, centrato, stabile. Dopo anni di ragionevoli dubbi, capisco finalmente cosa possa significare il non essere naturalmente piagato dall’invidia, dalla gelosia, dall’ambizione. Finalmente inizia a fare caldo.

PS: Satana mi ha suggerito in un orecchio che se lo scrivo qui in fondo non è narcisismo. Sono stato ufficialmente (?) nominato Mr. Erasmus da un comitato indipendente di tizie. La soddisfazione è talmente grande che ha stracciato lo spaziotempo e mi ha reso retroattivamente capace di sopportare i tremendi anni sociali delle medie con una relativa pace interiore, finalmente svelato il mistero di come abbia potuto fare.

PPS: potrei dico potrei fare alcuni post di divulgazione sulle cose interessanti che sto scoprendo. Sarebbe molto bello ma faccio anche presente che lo dissi di ritorno dal Nepal e che vennero prodotti numero due (2) recensioni di film, quindi mi raccomando riponete le vostre speranze in chi ha più (se non possibilità) *probabilità* di attenderle, tipo Gesù.

Megafoni.

agosto 2, 2012

Non ho smesso di scrivere perche’ ho finito le cose da dire, quando mai le finiamo? Ne’ perche’ non ho avuto il tempo, che il tempo per fare qualcosa, qualunque cosa, c’e’ sempre.

Ho smesso di scrivere perche’ siamo cresciuti tutti e sono cambiate alcune cose. Io sono diventato piu’ sereno, organizzato (ache se insomma, potrei fare di meglio) (e decisamente piu’ bello). Gli altri sono diventati meno scemi o comunque (finalmente) li percepisco come tali (sono piu’ bello e anche piu’ maturo. Da sposare, proprio) e non ho piu’ il coraggio di scrivere qualcosa di meno che magnifico (cosa di cui oibo’ non son capace) che possa essere letto e giudicato come tale. Di cose magnifiche ne vengono scritte a pacchi ogni giorno (senza contare quelle scritte da tempo immemore) e sono leggibili grazie all’internet quindi insomma boh non c’e’ bisogno anche delle mie.

Insomma volevo dire che il mio BISOGNO DI ESPRIMERMI e’ finito e ormai e’ praticamente chiaro che non ne faro’ una professione (che sia quella nobile del romanziere o quella abietta del giornalista), quindi chi cazzo sene.

Oltretutto scrivendo sempre di meno faccio sempre piu’ fatica a non suonare come un ritardato funzionale sulla carta, e da quando ho conosciuto Pasquini il mio senso dell’umorismo e’ peggiorato a livelli francamente cavernicoli.

Ho delle opinioni davvero interessanti davvero, dovreste conoscermi. Sono generalmente originali, ben studiate e mentre una volta mi fregiavo di riuscire sempre ad avere la posizione che facesse incazzare il maggior numero di persone (non me ne pento, gli adolescenti dovrebbero essere tutti cosi’), adesso riesco ad avere quella che fa piu’ o meno stare un attimo in silenzio tutti con fare pensante e poi uscirsene con un “mh!”. Su, chiedetemi. Chiedetemi cosa ne penso dei froci, dell’aborto, della religione organizzata, dell’architettura, della musica e della letteratura (per favore, chiedetemi solo cosa penso della letteratura postmoderna americana perche’ del resto non so un cazzo). Chiedetemi cosa penso dell’economia, del razzismo e della liberazione della Urru. Cosa penso di Casapound, del mondo del lavoro e della bolla economica che sta per scoppiare. Come vedo Hollywood fra vent’anni? E il sistema pensionistico italiano? Berlusconi ha davvero causato un declino culturale? il matrimonio e’ ancora una istituzione valida? cosa ce ne facciamo della fede, e della scienza che e’ rimasta in piedi dopo la moderna epistemiologia, la graphic novel il videogioco la chemioterapia la sepoltura diretta nel terrenoilfuneraletibetanolegalizzazionepsichiatriaeutanasiaaccanimentoterapeutico. vale la pena?

Insomma, volevo solo dire che non potete chiedermelo. Non potete, perche’ io scrive ste cose e qualcuno, tipo Giulia, le legge fra quattro mesi, vi risponde senza firma digitale e voi lo vedete altri 40 giorni dopo. Quindi che ne parlo a fare? Giulia potrebbe essere una italocanadese 25enne che si e’ pagata il phd in astrofisica facendo modeling per Victoria’s Secret, rimasta letteralmente folgorata sulla via di damasco (o, piu’ probabilmente, su quella del frigo per il gelato, ma l’importante e’ il pensiero) dal mio toccante reportage di un paio di anni fa su quanto era brutto non riuscire a far nulla (mascherato abilmente da toccante reportage su quanto era fare qualcosa) e non cambierebbe niente perche’ la barriera digitale e’ troppo ampia per chi non ci lavora o non ci vive.

(scusa Giulia, a questo punto so bene che e’ improbabile che tu riesca a raggiungere le aspettative. Sappi che, nel caso, non te ne faro’ certo una colpa)

 

Non e’ che chiudo il blog o che altro pero’ mi pareva giusto specificare e specificarmi che era cambiato il paradigma. Ho (ormai, perlomeno) troppa self awareness per parlare di cose serie su un blog, ma pure fuori mi pare che si batta pochi chiodi, tutti quelli che conosco sono impegnati (come me) all’universita’, e con Pasquini non si puo’ piu’ parlare di niente perche’ lui ha trovato Cristo e quindi e’ troppo felice perche serva a qualunque cosa non sia solo un buon esempio. Ho visto che i nostri piccoli mondi illuminati non scemano col tempo, non ho fretta, si tratta solo di arrivare a quando avremo tutti piu’ voglia di parlare.

E’ piu’ o meno passato un anno, ad una velocita’ francamente appena appena subluminale e sono tornato a casa coi miei da circa 350 giorni. Forse a ottobre parto per Malaga, forse no, staro’ un anno la’ e tornero’ un anno piu’ vecchio e un anno piu’ vicino alla laurea e un anno piu’ vicino ad essere un ulteriore anno piu’ vecchio. Non ho visto un nuovo Tree of Life (ho visto molte volte il solito, pero’, e continua a funzionare). Ho imparato come, piu’ o meno, funziona un corpo umano (ho imparato anche 32 riflessi respiratori, a parte). Sono guarito dallo strappo di due legamenti della caviglia sx, ho messo su 5 kg di muscoli e poi li ho ripersi. Ho letto poco.

Ho intravisto cose grandiose, GRANDIOSE vi dico e per la prima volta diamine l’ho fatto con gli occhi (e lo stomaco) di una persona cresciuta.

Ho un mese e spicci di tempo per preparare l’esame peggiore del terzo anno e diversi motivi per farcela.

Ho comprato una applicazione per iphone che integra un software per la monitorizzazione della corsa con gioco in augmented reality dove siete rincorsi dagli zombie e dovete scappare. Quindi scusatemi ma e’ davvero il caso che esca.

In ultimo: anche se non me lo chiedono io rispondo comunque: vale la pena.

Nepal

gennaio 17, 2012

Il Sol dell'Avvenir

A sentire gli altri, pare che andare in Nepal in low cost (1) sia una cosa ganza/da ganzi. Credo di avere quantomeno inumidito almeno un paio (Nel senso di 2. Nel senso di 2 paia) di slippini di gioveni pulze alternative che prima non mi si filavano proprio.
Questo per dire che A) il rapporto costo/beneficio è comunque a favore della ridente comunità senegalese di Novoli, che per 2 testoni non si limita all’umido, ma ti inventa proprio una nuova categoria di abbigliamento intimo. E poi lo inumidisce)
B) a prescindere, la vacanza È stata ganza.
Prima di tutto, e almeno ce le togliamo, le cose che non sono andate:

  • Apparentemente “Nepal Sconosciuto” stava a indicare che una enorme parte del viaggio sarebbe stata composta da scali in cittadine dal dubbio interesse (la dannata Pokhara, e x2! E passi per l’enorme tempio (2), ma dormire a Gorkha è stato superfluo) e da un villaggio (su 4 che eh, insomma) di stucco colorato scopertosi poi l’equivalente locale (e per locali un po’ meno cenciosi del minimo) del nostro agriturismo mugellano.
  • Il vile protozoo che ha colpito il mio compare di ventura, che pur resistendo stoicamente nel non apparire come quello che effettivamente era, cioè un ammasso di carne viva e autocoscienze alla brutale temperatura di 40 °C e un volume orario di liquidi diarroici a livello diga di Assuan; ha dovuto fermarsi/mi in una delle città sega di cui sopra per ore 36, saltando/mi/ci il trekking più lungo per il secondo villaggio più bello (ci dissero).
  • Non dico in termini assoluti, ma relativamente al fatto che s’è dormito sullo sterco delle vacche e s’è mangiato merda (e no, niente figure retoriche, i protozoi assuanici non INCIAMPANO nei tratti gastrointestinali della gente) per 16 giorni magari 2000 frunzi sono un po’ esagerati.
  • La nostra guida era ignorante come una capra, quando ci andava bene stava zitto, quando ci andava male MENTIVA su quello che gli chiedevamo (3).

La felicità negli occhi, proprio

Detto ciò, il Nepal. Dato che non sono la pro loco il diario di viaggio ve lo scordate. Procederò quindi per menzioni d’onore con eventuali digressioni.

  • Il gruppo: Pasquini & I s’era i giovini, gli altri spaziavano dai 30 scarsi ai 60 abbondanti e andava bene così (poche puppe, though). Comunque grande intesa, nel senso che non ci siamo presi a cazzotti ner muso e no, non era scontato per nulla, a quanto pare ai supersiti di Avventure nel Mondo
  • Fusht & Ram: il conflitto di poteri ha portato ad una guerra fredda tra la guida nepalese e l’italico nonché vagamente mussoliniano capogruppo, combattuta a colpi di birre offerte coattamente e tentativi di infilarsi nelle gonne delle vedove che ci ospitavano (per la cronaca, la mussolinianità capogruppica si estendeva anche nella percentuale di successo con le suddette, perché le ha conquistate tutte lui anche se non so con quali risultati). In ogni caso, priceless.
  • La quantità di roba che abbiamo visto nei pochi giorni di turismo standard (principalmente gli ultimi 2 nella valle di Katmandu) è stata esorbitante. I nepalesi VIVONO immersi nella cultura e nella tradizione, e ci sono più templi che denti sani (tenetevi le malignità veteroliceali sulla eventuale correlazione fra le due cose, più che altro perché sono quasi d’accordo ma non è questo il punto). Il buddismo e l’induismo, spesso assieme (alla faccia di ortodossi e armeni che per conflitti su chi possa poggiare dove nel tempio le scope finiscono ciclicamente col darsele in testa), erano comunque estranei alla mia sensibilità artistica, che si è però allineata sulla nuova tara in tempi brevissimi. Non ho idea di come potrebbe reagire una persona di un altro posto (4) al luogo, e un po’ la invidio.
  • Il modo in cui anche i punti morti si sono tramutati in qualcosa che ricorderò per sempre, e mi riferisco specificatamente alla camminata di 3 ore per 700 metri di dislivello dietro al villaggio-agriturismo in cima al picco di una montagna dove è stato rivenuto, i shit you not, un CESSO DI CEMENTO ARMATO. Con su scritto VIP. E la guida che ci diceva “sentite, qui puzzo di carcassa di animale” e noi “no, guarda, è piscio, inspiegabilmente c’è anche un cesso e non è chiaramente allacciato a nessuna rete idrica quindi ci pare anche scontato” “no no carcassa animale uccisa DA TIGRE” (ripeto, ancora non ho ben capito quale sia l’Annapurna I e quale l’Annapurna II ma quell’uomo è la miglior guida che avrei mai potuto avere).
  • Galeghaon. Il villaggio più alto, più isolato, più povero dove siamo stati. Abbiamo dormito sopra le stalle, abbiamo mangiato attorno al focolare del nostro ospite con sua moglie, sua sorella, il medico del villaggio e il riso che lui aveva coltivato e raccolto (5). Abbiamo parlato di come avesse fatto il militare e ora facesse il contadino, e (indirettamente e implicitamente, che questo pover’uomo era analfabeta e spiccicava giusto 5 parole di inglese) di come l’esistenza di un villaggio a sussistenza nel 2011 dove la gente ancora scende dalla montagna una (una) volta all’anno non debba per forza essere un esempio per un ritorno alle origini, ma almeno un indizio (molto, molto più che un semplice indizio) che un’altra società, una vita non bulimica sia quantomeno teoreticamente PENSABILE.

La pace dei sensi è sorprendentemente colorata, dico io.

Un piccolo tempio con qualche vasca rituale semiriempita e campane e strisce di stoffa colorata. Pecore tosate con la roncola davanti ai massicci degli ottomila. Donne che portano pietre per la costruzione del primo, nuovo, “grande” edificio del villaggio che si fermano, scherzano con un veneto sessantenne e si sollevano la gonna ridendo. Bambini con una felpa e il pene all’aria che masticano cavi elettrici (recisi, si intende). Villaggi ancora più in su del villaggio, e CODE di persone bloccate nella discesa quotidiana verso la scuola dalla visita di persone in pantaloncini e scarpe da trekking, che se va bene una volta ogni due anni. Che ti guardano con gli occhi sgranati.
Roba forte, insomma, abbastanza da farti dimenticare l’imbarazzo di sapere che sei là come turista, e che sei chiaramente parte del problema (ok, dimenticato sì, ma non da permettermi di farmi le foto ricordo con persone più giovani di me. Dopo i concorsi per le torture agli omicidi e gli animali da adottare, il profilo con i bambini protonegri sotto il caldo abbraccio dell’occidentale comprensivo è la roba peggiore che può essere fatta col proprio account di facebook).
Roba che mi porterò dietro molto più a lungo di qualunque campana tibetana (che ho, ed è bellissima e molto costosa) o di piccoli madala votivi di spago appesi al collo (che ho, bellissimo e non vale nulla) o di un focolare di infezione batterica del basso tratto enterico che, credo, ancora mi perseguiti.

Dopo la tosa, non tutte le pecore escono senza buchi.

Loro Sanno.

Niente campanili, solo campane

Il riso abbonda sulla bocca di chiunque passi per il Nepal.

(1) More like “lol cost”, amirite? Nel senso, tra tutto 2k euro. Se non avessi dovuto pagarmela da solo, accumulando debiti che ho poi pagato, non so davvero dove cazzo avrei potuto spendere tutti quei soldi (che avevo, dato che appunto i debiti li ho estinti. Li avrei giocati in borsa, boh)
(2) E passi anche per l’enorme montagna di rifuti in decomposizione dietro alle enormi mura dell’enorme tempio, va.
(3) Anche grazie a questo era enormemente simpa (nonostante sia stato il principale fattore di dispendio unwarranted) e ne asserberò un ricordo caro assai perché come si fa a non amare una guida che quando gli chiedi che canta quella gente laggiù PIGLIA E INVENTA LE PAROLE COSI’, A CASO.
(4) Intendo non di Firenze, che non per la sua enorme bellezza ma per la concentrazione; nay; la PERFUSIONE di monumenti storico/religiosi fra le vie della città è fra le pochissime ad avvicinarsi a quello che succede laggiù.
(5) I polli selvatici sono un’altra cosa, peraltro. Praticamente carne rossa. E ancora, gente si è lamentata per la monomaniacalità del cibo propinatoci (Dal Bat: riso bianco, zuppa di lenticchie, verdure curry molto piccante, pollo curry poco piccante), io dopo due settimane ancora non mi ero stancato, anzi. Lo rimangerei volentieri any day.

Niente mi ha impedito di fotografarli senza l'occidente nel mezzo alle palle (6)

(6) mi pare doveroso chiudere con un aneddoto notevole. Durante il viaggio ho provato ad imparare una ventina di vocaboli strategici per comunicare coi locali. La mia unica fonte era il dannato Ram, la guida Pythonesca. Vedete quella bellissima bambina (da vicino sembra deforme, ma è un artificio dell’HRD demmerda dell’iphone che ha tenuto aperto per troppo tempo) sulla sinistra con la sciarpa rossa? Beh, lei e dei suoi amici mi hanno invitato a vedere le loro classi. Io sono andato e ho provato a dire loro quanto la loro scuola fosse bella perchè effettivamente le classi col massiccio degli 8000 davanti non son mica pizza e fichi. Conoscendo i miei limiti linguistici non mi sono stupito più di tanto alla reazione un po’ perplessa da parte della bambina, supponevo che il discorso  fosse andato in parte lost in traslation. Due giorni dopo ho scoperto che TUTTI gli aggettivi che avevo usato per descrivere quanto fosse bella la scuola appartenevano al campo semantico dei complimenti romantici. Insomma, invece di dire “posto spettacolare” dicevo “bella fia”.

Fottuto Ram.

A cazzo de cane

gennaio 12, 2012

Fuck yeah se c'è un quaderno dei gormiti!

Quando scrivo un post, tranne poche recensioni becere, tendo a pensare molto all’argomento in questione. Non tanto perché debba organizzare un enorme bagaglio di informazioni e conoscenze a mia disposizione, come parecchi che mi commentano (generalmente in rl) sembra che pensino. È vero semmai il contrario. Mettere assieme da quel poco che so (come quasi tutti, insomma) in modo che venga fuori qualcosa di almeno marginalmente sensato che non mi faccia sembrare un completo imbecille su un argomento a cui magari tengo anche richiede tempo.
Questo spiega il perché dei grossi ritardi tra i post su una  data cosa rispetto alla cosa stessa. Lo spiega in parte, il resto è pura pigrizia e lo dico senza una mezza traccia di autoassoluzione, perché me la trascino anche in campi ben più importanti delle opinioni da coglione che scodello qua a cadenza trimestrale.
Ora, probabilmente userò queste poche righe come primo anello di una catena di post su argomenti che mi hanno affrontato (ah) nei mesi scorsi, argomenti che si meritano qualcosa di più di un paragrafo a testa perché non ho avuto la voglia di parlarne al tempo dovuto con le cose interessanti che mi sovvenivano al momento. Da qualche parte l’interessantume c’è, annidato in un giro della corteccia. Si tratta solo di tirarlo fuori a colpi di riverse engineering (mi piace pensare che io sia, ora al T0, l’unico e incontrovertibile risultato dei ragionamenti alla cazzo che ho fatto sui fusilli 4 mesi fa (1) )
Dunque.

(1)Mi pare giusto avvertire (a) che NON ci saranno ragionamenti sui fusilli e che, come l’immagine sulle scatole dei suddetti, quello che ho detto aveva “il solo scopo di presentare il prodotto”.

(a) Ho deciso di cominciare ad usare note a margine (se scopro come usare gli hyperlinchi   interni ai post bene, altrimenti zzi vostri tanto la rotella sul mouse l’abbiamo tutti) come Wallace. Cioè, come Wallace e i poser, ma intanto io leggevo Wallace way before it was cool, e poi mi rendo conto che lo stratagemma si adotta bene alla mia tendenza ad aprire parentesi. E ormai il mio “periodo Wallace” è passato (questo non significa che non sia rimasto il mio autore preferito) quindi non è un tentativo di emulazione ed insomma non mi pagano per scrivere quindi non devo rendere conto a nessuno della mia eventuale poseraggine  e allora non rompetemi le palle.

che mi esaspera fino ad esplodere la realtà in molteplici adesso

settembre 3, 2011

  • Giochi da tavolo: 4,5
  • Esami dati: 4
  • Esami passati: 3
  • (esami bocciati 4-3)
  • Esami presieduti: 10
  • Blu ray: 11
  • Dvd: 18
  • Cd musicali: 6+5
  • Videogame: 3+3+3×0,5
  • Paia di scarpe: 1
  • Paia di qualunque altra cosa: 0
  • (un cappello)
  • (giusto, un pantalone)
  • Kg di libri universitari: 7
  • Kg di libri: 1? Boh, 1.
  • Film: n/a
  • Film indiscutibilmente importanti: 2 (sempre il solito tizio)
  • Storie: 1
  • Ex storie: 1
  • Auguri non ricevuti: 1
  • (Pinguini spesi: 1×4)
  • Momenti di chiarificazione mentale semizen: 4, probabilmente
  • (momenti di CMSZ aiutati da assunzione sostanze psicotrope: 0)
  • Momenti di libertà e felicità nirvaniche: 0

Facebook si è dimostrato conciso e schietto. Questa lista potrebbe stare assieme ai 12 commenti e i due pollici in su e sarebbe un bel commento a quanto mi sono cambiati i meccanismi mentali da due anni a questa parte.
Sono passato da vivere in una perenne quarta liceo deresponsabilizzata, dilatata, fatta di viaggi interregionali, notti all’addiaccio e pomeriggi a parlarne fino al successivo a qualcosa di così inquadrabile che ne ho davvero, seriamente, fatto una lista. 365 giorni di vita in un paragrafo coi punti.

Non sto ancora studiando cose abbastanza interessanti perchè mi appassionino. Non posso permettermi di dedicarmi troppo ai libri e alla musica che altrimenti non ho tempo. Non posso permettermi di smettere di fare finta che la mia passione per il cinema non sia più di una passione che altrimenti mollo tutto e vado a new york e poi mi metto le camice a quadri e i gilet. Ho vissuto in un perenne anno universitario deresponsabilizzato (succede, quando sei in un percorso così rigido che sai che alla fine più o meno qualunque cosa ti faccia vai a finire con uno stipendio fisso a fare qualcosa che non ti disgusta) e dilatato, fatto di giornate a Careggi e giornate non a Careggi ad aspettare di andare a Careggi. Insomma, uguale a prima solo che ora mi rompo pure il cazzo.

A costo di tirarmi giù battute facili, credo che mi ci vorrebbe una ragazza, una cosa che non ho mai saputo avere. Non mi sento solo, non ho deficit affettivi e di certo non mi tira l’organo. Credo di avere semplicemente bisogno di qualcosa che stia a ricordarmi del perchè di tutto questo ne valga eccome la pena (basta che me lo ricordi. A saperlo lo so già da solo). Qualcuno vada a spiegarmelo, però, che qua mi pare che persista una decisa incapacità di avere una relazione realistica e funzionale. Anzi, non credo. Direi incapacità di volerla abbastanza. (E si che stavamo tutti a darci di poser a vicenda, poi sono passati gli anni e l’unico stronzo che è rimasto tale quale a prima sono io).

Tutta questa tirata (oh, l’anno alla fine è stato un semi successo e ho visto The Tree Of Life, anche senza giocare d’azzardo posso dire che non sarà il peggiore della mia vita) può essere spiegata alla luce del fatto che sono stanco, ho la testa pesante, il chilo e mezzo di pizza che ho mangiato più di 3 ore fa sta facendo sforzi ammirabili per uscire nella maniera più chinetica possibile dal mio primo tratto gastrointestinale e conquistare così la libertà spaziale garantita da ciò che circonda la mia bocca, e sopratutto che (vedi immagine in apertura)

  • Case nuove: 1
  • Ex case nuove: 1

L’albero della Vita

maggio 23, 2011

È curioso accorgersi di essere diventati reazionari a vent’anni.

(qualcuno direbbe filonazisti)

Curioso e magari anche inquietante. Sapere che un film così, fosse uscito pochi, pochissimi anni fa (direi 4) o addirittura a inizio 2010 (durante un periodo della mia vita possiamo dire problematico) non lo avrei saputo o potuto apprezzare.

E invece The Tree of Life è un lavoro di rara potenza e bellezza, apprezzabile tecnicamente da chiunque (e ci torniamo dopo), contenutisticamente già meno digeribile. Credo sia praticamente inaccessibile ad un ateo militante (aspetto che il feedback dei conoscenti assuma una qualche rilevanza statistica per poterlo dire con certezza). Probabilmente non è apprezzabile al meglio da un credente. Citando dalla (particolarmente ispirata) recensione del Guz, ci vuole “una ferrea fede in un dio assente”. Malick inquadra le tribolazioni della Vita (la v maiuscola e’ per il senso lato), invece di raccontarle (cosa che il film non prova neanche a fare. Sono tutte praticamente implicite, e quelle esplicite sono sineddoche) in un contesto ampio. Ma non un po’ ampio, tipo boh il periodo storico o sociale o anche simbolico ma quello più ampio di tutti. Malick punta in alto, anche letteralmente, e va a parare sull’universo. Ecco, inquadrare la perdita di un fratello nell’immensità della creazione non è una cosa da poco. E infatti Malick la prende larga, parecchio larga. Nel senso che nel mezzo al film ci stanno 45 minuti di riprese spaziali, immagini dell’Hubble, riprese in macro di reazioni chimiche a guisa di nebulose in rapida espansione (cfr the fountain, che merita il confronto e ne esce comunque a testa alta. Il tema è di respiro meno ampio perchè parla esclusivamente della morte, e la realizzazione è meno classica e più pop, meno valzer spaziale e più videoclip postrock però insomma se la cava tantissimo e resta un capolavoro e questo era perchè è giusto citare the fountain almeno una volta al giorno come mangiare una mela), apocalissi solari in supernova, aggregati pluricellulari nel brodo primordiale e la ganzissima presenza dei velociraptor come ragazzi immagine della natura aggressiva del creato (che, nonostante l’estrema solennità del momento e le conifere di 50 metri una risatina incolpevole la strappano comunque perchè insomma, i dinosauri, via. E comunque ci stanno bene, eh, non mi si fraintenda).

Prima di continuare con il significato, apro parentesi sul significante. Malick ha fatto un lavorone. La fotografia è ovviamente uno spettacolo (l’avevamo già vista nel Nuovo Mondo, a voler dire le stesse cose), e le cascate, gli alberi e tutto il resto invece di limitarsi a sembrare più belle di quelle vere ti ricordano quanto sanno esserlo nella normalità delle passeggiate che facciamo tutti, tra i cespugli dei boschetti e non tra le poltrone dei cinema. Ed è esattamente quello che fa la regia. Personalmente adoro la forma e la stilizzazione, anche a costo della perdita di parte della dimensione umana, ma questo film me ne ha ricordato l’importanza, lasciandomi sinceramente stupito della mia reazione. The Tree of Life è diviso in tre parti, che grazie ad un editing trasversale alla pellicola si accompagnano fino alla fine. Abbiamo la già discussa parte universale, abbiamo Sean Penn nelle vesti di un tizio di mezza età che di fronte all’imminente lutto per la madre si ritrova disaccoppiato dalla vita l’universo e tutto quanto (e qua non si può non pensare alle ultime parole di Caviezel, che nella Sottile Linea Rossa andava in pace verso la morte dicendo “Oh, my soul. Let me be in you now. Look out through my eyes. Look out at the things you made. All things shining.”, che fra parentesi è una delle cose più belle mai scritte per il cinema), chiaramente in cerca di una sensazione che non prova più da chissà quanti anni mentre fa passare la mano nel flusso d’acqua di un rubinetto, un gesto che viene ripetuto più e più volte nel film da tutti i protagonisti, che provano e magari riescono pure a fondersi nelle spighe di grano, nell’acqua, nel vento, nella luce. La cosa non è particolarmente sottile ma questo non la rende meno bella. Penn, dicevo, c’è per sì e no 10 minuti volutamente onirici e confusionari (e grattacieli invece di conifere, perchè di nuovo sto film effettivamente non è sottile nelle giustapposizioni, altra cosa che magari qualche anno fa mi avrebbe dato noia). Il resto, che si prende il suo tempo di oltre due ore, è occupato dai ricordi del mezzetà di quando era bambino, occupato a nascere (cue casa inondata coi giochi e i pelusci/utero materno con uscita bambinesca che si vede pure nel trailer, una metafora visiva indubbiamente riuscita, ma che almeno alla prima visione mi è parsa un pò fuori luogo nel contesto del film perchè è pure l’unica di quel tipo, ma magari mi sbaglio) crescere e sbattere contro la perdita dell’innocenza ( si parla di perdita fisiologica e l’innocenza non è quella anale o che altro. Niente drammi in questo film, altrimenti si perdeva l’ampiezza del messaggio che vuole essere, anche letteralmente, universale). Insomma, il punto è che conoscendomi ho supposto che l’impatto maggiore lo avrebbero avuto le scene spaziali, perchè a me l’astrofisica piace (anche se non l’ho studiata perchè sono scemo, e ho deciso di fare cose meno serie) e mi piace quanto facilmente mi riesca trovare una rappresentanza del senso della vita nel movimento infinito di quelli che a tutti gli effetti non sono altro che enormi roccioni con una certa inerzia. Invece, la mia parte preferita è stata proprio quella dedicata alla prima crescita dei tre fratelli (pochissimi anni di distanza, è così che si fa nei posti perbene o nel texas dei ’50, mica come ora che si aspettano i 40, e che palle. Aridatece l’assegno familiare ducesco), che nei primi anni della loro vita sperimentano per la prima volta la creazione. Ovviamente nell’unico modo in cui possono farlo: viscerale, senza filtri, bellissimo, facendo capire come ogni bambino sia di nuovo Adamo e Eva assieme, completamente immersi e mai travolti (per mancanza di mezzi cognitivi, che nella prima infanzia sono completamente votati ad assorbire e fare propria la complessità della vita vissuta e a non farsene tante ragioni) da quello che li circonda. Ecco, quei quindici minuti, impeccabilmente legati da Ma Vast Moldau (Smetana, che avevo già sentito senza conoscerlo di nome, ma mai così energica) sono stati sinceramente il momento cinematografico più bello di tutta la mia vita. Una intensità e una profonda Verità (il cinema è 24 bugie al secondo al servizio della verità, Haneke dixit) nei movimenti di telecamera frenetici e rasoterra. Preso da e perso nelle sensazioni assolutamente distanti (qualitativamente e temporalmente) di un bambino che cresce.

E insomma, evidentemente Malick non è stato l’unico a prenderla larga, mi si scusi. Ma per legarmi all’inizio, l’essere reazionari. Era per dire, ovviamente. Intendevo che, dopo 2 film interamente votati alle domande (che, a loro discolpa, davano anche gli strumenti per potersi rispondere da soli, anche se non tutti hanno ovviamente le capacità per usarli) Malick ha azzardato qualche risposta. E alla domanda senza punto interrogativo di “qui c’è un conflitto padre figlio e un fratello che muore, là c’è il resto dell’universo e i velociraptor, dunque che vogliamo fare?” risponde con una tradizionalissima ripartenza dall’Amore e sopratutto dalla famiglia (che in definitiva è solo amore applicato), come luogo in scala di quella che è la vita (che in definitiva dovrebbe esattamente essere amore applicato, e niente di meno). Di fronte ad un confronto dimensionale così sproporzionato da togliere il fiato la reazione migliore è quella di non andare per vie di mezzo, ma di rispondere all’estremamente grande con l’estremamente piccolo.

Ed è ricordandosi di questo che Penn raggiunge un equilibrio interno che gli permette di ricongiungersi, ancora in vita, alla famiglia, al se stesso bambino, ai fratelli, agli altri, al tutto (anche ai velociraptor, nonostante Malick sia stato più clemente che coerente, omettendoli dalle scene finali). Non un paradiso, dunque (e il problema dei credenti sarà sopratutto questo, l’avere una visione preimpostata, e quindi limitata, sulla spiritualità. Si perdono molto, a questo modo) ma un luogo di confronto metafisico raggiungibile in qualunque momento dell’esistenza, e a questo punto meglio farlo mentre si è ancora in vita.

Sono contento di avere raggiunto la maturità necessaria per capirlo.

PS: ovviamente è un film di Malick, quindi parla anche del rapporto con la natura, dell’idea di male e di colpa eccetera però non è che possa parlare di tutto io, tant’è che la pasta è pronta e io scrivo da ore

Amarcord

marzo 24, 2011

Il senso di tristezza, nostalgia ma sopratutto solitudine che riescono a darmi i luoghi di ritrovo sociale di massa è qualcosa che oscilla tra il semplicemente affascinante e il semplicemente preoccupante. Una roba pazzesca, che probabilmente non riuscirò a spiegarmi mai, che certe cose vanno troppo a fondo. E ci si ritrova a vedere foto vecchie di secoli.
Eppure la amavo così tanto…