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Amarcord

marzo 24, 2011

Il senso di tristezza, nostalgia ma sopratutto solitudine che riescono a darmi i luoghi di ritrovo sociale di massa è qualcosa che oscilla tra il semplicemente affascinante e il semplicemente preoccupante. Una roba pazzesca, che probabilmente non riuscirò a spiegarmi mai, che certe cose vanno troppo a fondo. E ci si ritrova a vedere foto vecchie di secoli.
Eppure la amavo così tanto…

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  1. Anonimo permalink
    aprile 13, 2011 10:12 pm

    E’ come se mi parlassi, con questo post. Certi posti (di ritrovo sociale di massa) mi trascinano in un’oscurità insondabile.
    E il pensiero torna sempre lì, alle persone che hanno tirato via il telo e ci han mostrato “come funziona il marchingegno”.
    Tutto quello che mi rimane è soltanto una foto, il ricordo è ormai sbiadito e si confonde tra la realtà, un po’ di malinconia e… le proiezioni della mia mente. A volte fatico a distinguere se sono stata davvero così felice o se questa sensazione l’ho mitizzata a posteriori, ripensandoci, elucubrando, enfatizzando.
    A volte passano quelle persone che ti mostrano quel lato di una cosa che la cambierà per sempre.
    Passano e senza pretendere, senza chiedere ti offrono quei TRE PEZZI fondamentali del puzzle da diecimila che è incompleto da vent’anni.

    (E come sono arrivate, senza pretendere, senza chiedere così se ne vanno).
    E ci si trova a scansare con fatica i vuoti e i capricci nella disperata elemosina di sensazioni almeno lontanamente simili e totalizzanti.

    Scusa lo sfogo patetico-malinconico.
    S.S.

    • aprile 19, 2011 10:23 pm

      Mi piace pensare che i pezzi del puzzle siano rimasti con me, e che il telo sia ancora scostato, accartocciato da una parte. Anzi, non vedo come potrebbe essere altrimenti.
      Ho vissuto per anni con la paura di essere incapace di provare certe cose, pensarne altre (queste ovviamente erano il mio puzzle e le mie tappezzerie moleste, per quanto riguarda esperienze totalizzanti ce ne sono state di ben altra natura in ben altri frangenti, e per questo mi ritengo fortunato) e mi sono riscoperto a sorpresa perfettamente in grado di fare tutt’e due. E non potrò mai ringraziarla abbastanza, perchè l’effetto terapeutico di accorgersi che non si ha nulla che non va è incredibile.
      Però non sempre basta non pretendere per evitare di esigere. Le dissi che mi aveva dato tanto, più di quanto potessi riuscire a scrivere in una breve dedica, ma che aveva anche preso molto, e aveva lasciato un grande vuoto (la locuzione “grande vuoto” è giustificabile alla luce di quelli che erano i 18 anni, diventa inguardabile solo dopo, o almeno così continuo a ripetermi per giustificarmi), e che però sono proprio quelli i vuoti a cui tengo di più.
      Però ecco, ci si può porre al centro di tutto e sapere i vuoti essere grandi conquiste personali da incorniciare e puntarci i riflettori, ma questo non impedisce ovviamente alla nostalgia di entrarti a gamba tesa ad intervalli regolari (o, se è per quello, alle feste del Morgagni di essere posti di merda).

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