Nepal
A sentire gli altri, pare che andare in Nepal in low cost (1) sia una cosa ganza/da ganzi. Credo di avere quantomeno inumidito almeno un paio (Nel senso di 2. Nel senso di 2 paia) di slippini di gioveni pulze alternative che prima non mi si filavano proprio.
Questo per dire che A) il rapporto costo/beneficio è comunque a favore della ridente comunità senegalese di Novoli, che per 2 testoni non si limita all’umido, ma ti inventa proprio una nuova categoria di abbigliamento intimo. E poi lo inumidisce)
B) a prescindere, la vacanza È stata ganza.
Prima di tutto, e almeno ce le togliamo, le cose che non sono andate:
- Apparentemente “Nepal Sconosciuto” stava a indicare che una enorme parte del viaggio sarebbe stata composta da scali in cittadine dal dubbio interesse (la dannata Pokhara, e x2! E passi per l’enorme tempio (2), ma dormire a Gorkha è stato superfluo) e da un villaggio (su 4 che eh, insomma) di stucco colorato scopertosi poi l’equivalente locale (e per locali un po’ meno cenciosi del minimo) del nostro agriturismo mugellano.
- Il vile protozoo che ha colpito il mio compare di ventura, che pur resistendo stoicamente nel non apparire come quello che effettivamente era, cioè un ammasso di carne viva e autocoscienze alla brutale temperatura di 40 °C e un volume orario di liquidi diarroici a livello diga di Assuan; ha dovuto fermarsi/mi in una delle città sega di cui sopra per ore 36, saltando/mi/ci il trekking più lungo per il secondo villaggio più bello (ci dissero).
- Non dico in termini assoluti, ma relativamente al fatto che s’è dormito sullo sterco delle vacche e s’è mangiato merda (e no, niente figure retoriche, i protozoi assuanici non INCIAMPANO nei tratti gastrointestinali della gente) per 16 giorni magari 2000 frunzi sono un po’ esagerati.
- La nostra guida era ignorante come una capra, quando ci andava bene stava zitto, quando ci andava male MENTIVA su quello che gli chiedevamo (3).
Detto ciò, il Nepal. Dato che non sono la pro loco il diario di viaggio ve lo scordate. Procederò quindi per menzioni d’onore con eventuali digressioni.
- Il gruppo: Pasquini & I s’era i giovini, gli altri spaziavano dai 30 scarsi ai 60 abbondanti e andava bene così (poche puppe, though). Comunque grande intesa, nel senso che non ci siamo presi a cazzotti ner muso e no, non era scontato per nulla, a quanto pare ai supersiti di Avventure nel Mondo
- Fusht & Ram: il conflitto di poteri ha portato ad una guerra fredda tra la guida nepalese e l’italico nonché vagamente mussoliniano capogruppo, combattuta a colpi di birre offerte coattamente e tentativi di infilarsi nelle gonne delle vedove che ci ospitavano (per la cronaca, la mussolinianità capogruppica si estendeva anche nella percentuale di successo con le suddette, perché le ha conquistate tutte lui anche se non so con quali risultati). In ogni caso, priceless.
- La quantità di roba che abbiamo visto nei pochi giorni di turismo standard (principalmente gli ultimi 2 nella valle di Katmandu) è stata esorbitante. I nepalesi VIVONO immersi nella cultura e nella tradizione, e ci sono più templi che denti sani (tenetevi le malignità veteroliceali sulla eventuale correlazione fra le due cose, più che altro perché sono quasi d’accordo ma non è questo il punto). Il buddismo e l’induismo, spesso assieme (alla faccia di ortodossi e armeni che per conflitti su chi possa poggiare dove nel tempio le scope finiscono ciclicamente col darsele in testa), erano comunque estranei alla mia sensibilità artistica, che si è però allineata sulla nuova tara in tempi brevissimi. Non ho idea di come potrebbe reagire una persona di un altro posto (4) al luogo, e un po’ la invidio.
- Il modo in cui anche i punti morti si sono tramutati in qualcosa che ricorderò per sempre, e mi riferisco specificatamente alla camminata di 3 ore per 700 metri di dislivello dietro al villaggio-agriturismo in cima al picco di una montagna dove è stato rivenuto, i shit you not, un CESSO DI CEMENTO ARMATO. Con su scritto VIP. E la guida che ci diceva “sentite, qui puzzo di carcassa di animale” e noi “no, guarda, è piscio, inspiegabilmente c’è anche un cesso e non è chiaramente allacciato a nessuna rete idrica quindi ci pare anche scontato” “no no carcassa animale uccisa DA TIGRE” (ripeto, ancora non ho ben capito quale sia l’Annapurna I e quale l’Annapurna II ma quell’uomo è la miglior guida che avrei mai potuto avere).
- Galeghaon. Il villaggio più alto, più isolato, più povero dove siamo stati. Abbiamo dormito sopra le stalle, abbiamo mangiato attorno al focolare del nostro ospite con sua moglie, sua sorella, il medico del villaggio e il riso che lui aveva coltivato e raccolto (5). Abbiamo parlato di come avesse fatto il militare e ora facesse il contadino, e (indirettamente e implicitamente, che questo pover’uomo era analfabeta e spiccicava giusto 5 parole di inglese) di come l’esistenza di un villaggio a sussistenza nel 2011 dove la gente ancora scende dalla montagna una (una) volta all’anno non debba per forza essere un esempio per un ritorno alle origini, ma almeno un indizio (molto, molto più che un semplice indizio) che un’altra società, una vita non bulimica sia quantomeno teoreticamente PENSABILE.
Un piccolo tempio con qualche vasca rituale semiriempita e campane e strisce di stoffa colorata. Pecore tosate con la roncola davanti ai massicci degli ottomila. Donne che portano pietre per la costruzione del primo, nuovo, “grande” edificio del villaggio che si fermano, scherzano con un veneto sessantenne e si sollevano la gonna ridendo. Bambini con una felpa e il pene all’aria che masticano cavi elettrici (recisi, si intende). Villaggi ancora più in su del villaggio, e CODE di persone bloccate nella discesa quotidiana verso la scuola dalla visita di persone in pantaloncini e scarpe da trekking, che se va bene una volta ogni due anni. Che ti guardano con gli occhi sgranati.
Roba forte, insomma, abbastanza da farti dimenticare l’imbarazzo di sapere che sei là come turista, e che sei chiaramente parte del problema (ok, dimenticato sì, ma non da permettermi di farmi le foto ricordo con persone più giovani di me. Dopo i concorsi per le torture agli omicidi e gli animali da adottare, il profilo con i bambini protonegri sotto il caldo abbraccio dell’occidentale comprensivo è la roba peggiore che può essere fatta col proprio account di facebook).
Roba che mi porterò dietro molto più a lungo di qualunque campana tibetana (che ho, ed è bellissima e molto costosa) o di piccoli madala votivi di spago appesi al collo (che ho, bellissimo e non vale nulla) o di un focolare di infezione batterica del basso tratto enterico che, credo, ancora mi perseguiti.
(1) More like “lol cost”, amirite? Nel senso, tra tutto 2k euro. Se non avessi dovuto pagarmela da solo, accumulando debiti che ho poi pagato, non so davvero dove cazzo avrei potuto spendere tutti quei soldi (che avevo, dato che appunto i debiti li ho estinti. Li avrei giocati in borsa, boh)
(2) E passi anche per l’enorme montagna di rifuti in decomposizione dietro alle enormi mura dell’enorme tempio, va.
(3) Anche grazie a questo era enormemente simpa (nonostante sia stato il principale fattore di dispendio unwarranted) e ne asserberò un ricordo caro assai perché come si fa a non amare una guida che quando gli chiedi che canta quella gente laggiù PIGLIA E INVENTA LE PAROLE COSI’, A CASO.
(4) Intendo non di Firenze, che non per la sua enorme bellezza ma per la concentrazione; nay; la PERFUSIONE di monumenti storico/religiosi fra le vie della città è fra le pochissime ad avvicinarsi a quello che succede laggiù.
(5) I polli selvatici sono un’altra cosa, peraltro. Praticamente carne rossa. E ancora, gente si è lamentata per la monomaniacalità del cibo propinatoci (Dal Bat: riso bianco, zuppa di lenticchie, verdure curry molto piccante, pollo curry poco piccante), io dopo due settimane ancora non mi ero stancato, anzi. Lo rimangerei volentieri any day.
(6) mi pare doveroso chiudere con un aneddoto notevole. Durante il viaggio ho provato ad imparare una ventina di vocaboli strategici per comunicare coi locali. La mia unica fonte era il dannato Ram, la guida Pythonesca. Vedete quella bellissima bambina (da vicino sembra deforme, ma è un artificio dell’HRD demmerda dell’iphone che ha tenuto aperto per troppo tempo) sulla sinistra con la sciarpa rossa? Beh, lei e dei suoi amici mi hanno invitato a vedere le loro classi. Io sono andato e ho provato a dire loro quanto la loro scuola fosse bella perchè effettivamente le classi col massiccio degli 8000 davanti non son mica pizza e fichi. Conoscendo i miei limiti linguistici non mi sono stupito più di tanto alla reazione un po’ perplessa da parte della bambina, supponevo che il discorso fosse andato in parte lost in traslation. Due giorni dopo ho scoperto che TUTTI gli aggettivi che avevo usato per descrivere quanto fosse bella la scuola appartenevano al campo semantico dei complimenti romantici. Insomma, invece di dire “posto spettacolare” dicevo “bella fia”.
Fottuto Ram.
A cazzo de cane
Quando scrivo un post, tranne poche recensioni becere, tendo a pensare molto all’argomento in questione. Non tanto perché debba organizzare un enorme bagaglio di informazioni e conoscenze a mia disposizione, come parecchi che mi commentano (generalmente in rl) sembra che pensino. È vero semmai il contrario. Mettere assieme da quel poco che so (come quasi tutti, insomma) in modo che venga fuori qualcosa di almeno marginalmente sensato che non mi faccia sembrare un completo imbecille su un argomento a cui magari tengo anche richiede tempo.
Questo spiega il perché dei grossi ritardi tra i post su una data cosa rispetto alla cosa stessa. Lo spiega in parte, il resto è pura pigrizia e lo dico senza una mezza traccia di autoassoluzione, perché me la trascino anche in campi ben più importanti delle opinioni da coglione che scodello qua a cadenza trimestrale.
Ora, probabilmente userò queste poche righe come primo anello di una catena di post su argomenti che mi hanno affrontato (ah) nei mesi scorsi, argomenti che si meritano qualcosa di più di un paragrafo a testa perché non ho avuto la voglia di parlarne al tempo dovuto con le cose interessanti che mi sovvenivano al momento. Da qualche parte l’interessantume c’è, annidato in un giro della corteccia. Si tratta solo di tirarlo fuori a colpi di riverse engineering (mi piace pensare che io sia, ora al T0, l’unico e incontrovertibile risultato dei ragionamenti alla cazzo che ho fatto sui fusilli 4 mesi fa (1) )
Dunque.
(1)Mi pare giusto avvertire (a) che NON ci saranno ragionamenti sui fusilli e che, come l’immagine sulle scatole dei suddetti, quello che ho detto aveva “il solo scopo di presentare il prodotto”.
(a) Ho deciso di cominciare ad usare note a margine (se scopro come usare gli hyperlinchi interni ai post bene, altrimenti zzi vostri tanto la rotella sul mouse l’abbiamo tutti) come Wallace. Cioè, come Wallace e i poser, ma intanto io leggevo Wallace way before it was cool, e poi mi rendo conto che lo stratagemma si adotta bene alla mia tendenza ad aprire parentesi. E ormai il mio “periodo Wallace” è passato (questo non significa che non sia rimasto il mio autore preferito) quindi non è un tentativo di emulazione ed insomma non mi pagano per scrivere quindi non devo rendere conto a nessuno della mia eventuale poseraggine e allora non rompetemi le palle.
che mi esaspera fino ad esplodere la realtà in molteplici adesso
- Giochi da tavolo: 4,5
- Esami dati: 4
- Esami passati: 3
- (esami bocciati 4-3)
- Esami presieduti: 10
- Blu ray: 11
- Dvd: 18
- Cd musicali: 6+5
- Videogame: 3+3+3×0,5
- Paia di scarpe: 1
- Paia di qualunque altra cosa: 0
- (un cappello)
- (giusto, un pantalone)
- Kg di libri universitari: 7
- Kg di libri: 1? Boh, 1.
- Film: n/a
- Film indiscutibilmente importanti: 2 (sempre il solito tizio)
- Storie: 1
- Ex storie: 1
- Auguri non ricevuti: 1
- (Pinguini spesi: 1×4)
- Momenti di chiarificazione mentale semizen: 4, probabilmente
- (momenti di CMSZ aiutati da assunzione sostanze psicotrope: 0)
- Momenti di libertà e felicità nirvaniche: 0
Facebook si è dimostrato conciso e schietto. Questa lista potrebbe stare assieme ai 12 commenti e i due pollici in su e sarebbe un bel commento a quanto mi sono cambiati i meccanismi mentali da due anni a questa parte.
Sono passato da vivere in una perenne quarta liceo deresponsabilizzata, dilatata, fatta di viaggi interregionali, notti all’addiaccio e pomeriggi a parlarne fino al successivo a qualcosa di così inquadrabile che ne ho davvero, seriamente, fatto una lista. 365 giorni di vita in un paragrafo coi punti.
Non sto ancora studiando cose abbastanza interessanti perchè mi appassionino. Non posso permettermi di dedicarmi troppo ai libri e alla musica che altrimenti non ho tempo. Non posso permettermi di smettere di fare finta che la mia passione per il cinema non sia più di una passione che altrimenti mollo tutto e vado a new york e poi mi metto le camice a quadri e i gilet. Ho vissuto in un perenne anno universitario deresponsabilizzato (succede, quando sei in un percorso così rigido che sai che alla fine più o meno qualunque cosa ti faccia vai a finire con uno stipendio fisso a fare qualcosa che non ti disgusta) e dilatato, fatto di giornate a Careggi e giornate non a Careggi ad aspettare di andare a Careggi. Insomma, uguale a prima solo che ora mi rompo pure il cazzo.
A costo di tirarmi giù battute facili, credo che mi ci vorrebbe una ragazza, una cosa che non ho mai saputo avere. Non mi sento solo, non ho deficit affettivi e di certo non mi tira l’organo. Credo di avere semplicemente bisogno di qualcosa che stia a ricordarmi del perchè di tutto questo ne valga eccome la pena (basta che me lo ricordi. A saperlo lo so già da solo). Qualcuno vada a spiegarmelo, però, che qua mi pare che persista una decisa incapacità di avere una relazione realistica e funzionale. Anzi, non credo. Direi incapacità di volerla abbastanza. (E si che stavamo tutti a darci di poser a vicenda, poi sono passati gli anni e l’unico stronzo che è rimasto tale quale a prima sono io).
Tutta questa tirata (oh, l’anno alla fine è stato un semi successo e ho visto The Tree Of Life, anche senza giocare d’azzardo posso dire che non sarà il peggiore della mia vita) può essere spiegata alla luce del fatto che sono stanco, ho la testa pesante, il chilo e mezzo di pizza che ho mangiato più di 3 ore fa sta facendo sforzi ammirabili per uscire nella maniera più chinetica possibile dal mio primo tratto gastrointestinale e conquistare così la libertà spaziale garantita da ciò che circonda la mia bocca, e sopratutto che (vedi immagine in apertura)
- Case nuove: 1
- Ex case nuove: 1
L’albero della Vita
È curioso accorgersi di essere diventati reazionari a vent’anni.
(qualcuno direbbe filonazisti)
Curioso e magari anche inquietante. Sapere che un film così, fosse uscito pochi, pochissimi anni fa (direi 4) o addirittura a inizio 2010 (durante un periodo della mia vita possiamo dire problematico) non lo avrei saputo o potuto apprezzare.
E invece The Tree of Life è un lavoro di rara potenza e bellezza, apprezzabile tecnicamente da chiunque (e ci torniamo dopo), contenutisticamente già meno digeribile. Credo sia praticamente inaccessibile ad un ateo militante (aspetto che il feedback dei conoscenti assuma una qualche rilevanza statistica per poterlo dire con certezza). Probabilmente non è apprezzabile al meglio da un credente. Citando dalla (particolarmente ispirata) recensione del Guz, ci vuole “una ferrea fede in un dio assente”. Malick inquadra le tribolazioni della Vita (la v maiuscola e’ per il senso lato), invece di raccontarle (cosa che il film non prova neanche a fare. Sono tutte praticamente implicite, e quelle esplicite sono sineddoche) in un contesto ampio. Ma non un po’ ampio, tipo boh il periodo storico o sociale o anche simbolico ma quello più ampio di tutti. Malick punta in alto, anche letteralmente, e va a parare sull’universo. Ecco, inquadrare la perdita di un fratello nell’immensità della creazione non è una cosa da poco. E infatti Malick la prende larga, parecchio larga. Nel senso che nel mezzo al film ci stanno 45 minuti di riprese spaziali, immagini dell’Hubble, riprese in macro di reazioni chimiche a guisa di nebulose in rapida espansione (cfr the fountain, che merita il confronto e ne esce comunque a testa alta. Il tema è di respiro meno ampio perchè parla esclusivamente della morte, e la realizzazione è meno classica e più pop, meno valzer spaziale e più videoclip postrock però insomma se la cava tantissimo e resta un capolavoro e questo era perchè è giusto citare the fountain almeno una volta al giorno come mangiare una mela), apocalissi solari in supernova, aggregati pluricellulari nel brodo primordiale e la ganzissima presenza dei velociraptor come ragazzi immagine della natura aggressiva del creato (che, nonostante l’estrema solennità del momento e le conifere di 50 metri una risatina incolpevole la strappano comunque perchè insomma, i dinosauri, via. E comunque ci stanno bene, eh, non mi si fraintenda).
Prima di continuare con il significato, apro parentesi sul significante. Malick ha fatto un lavorone. La fotografia è ovviamente uno spettacolo (l’avevamo già vista nel Nuovo Mondo, a voler dire le stesse cose), e le cascate, gli alberi e tutto il resto invece di limitarsi a sembrare più belle di quelle vere ti ricordano quanto sanno esserlo nella normalità delle passeggiate che facciamo tutti, tra i cespugli dei boschetti e non tra le poltrone dei cinema. Ed è esattamente quello che fa la regia. Personalmente adoro la forma e la stilizzazione, anche a costo della perdita di parte della dimensione umana, ma questo film me ne ha ricordato l’importanza, lasciandomi sinceramente stupito della mia reazione. The Tree of Life è diviso in tre parti, che grazie ad un editing trasversale alla pellicola si accompagnano fino alla fine. Abbiamo la già discussa parte universale, abbiamo Sean Penn nelle vesti di un tizio di mezza età che di fronte all’imminente lutto per la madre si ritrova disaccoppiato dalla vita l’universo e tutto quanto (e qua non si può non pensare alle ultime parole di Caviezel, che nella Sottile Linea Rossa andava in pace verso la morte dicendo “Oh, my soul. Let me be in you now. Look out through my eyes. Look out at the things you made. All things shining.”, che fra parentesi è una delle cose più belle mai scritte per il cinema), chiaramente in cerca di una sensazione che non prova più da chissà quanti anni mentre fa passare la mano nel flusso d’acqua di un rubinetto, un gesto che viene ripetuto più e più volte nel film da tutti i protagonisti, che provano e magari riescono pure a fondersi nelle spighe di grano, nell’acqua, nel vento, nella luce. La cosa non è particolarmente sottile ma questo non la rende meno bella. Penn, dicevo, c’è per sì e no 10 minuti volutamente onirici e confusionari (e grattacieli invece di conifere, perchè di nuovo sto film effettivamente non è sottile nelle giustapposizioni, altra cosa che magari qualche anno fa mi avrebbe dato noia). Il resto, che si prende il suo tempo di oltre due ore, è occupato dai ricordi del mezzetà di quando era bambino, occupato a nascere (cue casa inondata coi giochi e i pelusci/utero materno con uscita bambinesca che si vede pure nel trailer, una metafora visiva indubbiamente riuscita, ma che almeno alla prima visione mi è parsa un pò fuori luogo nel contesto del film perchè è pure l’unica di quel tipo, ma magari mi sbaglio) crescere e sbattere contro la perdita dell’innocenza ( si parla di perdita fisiologica e l’innocenza non è quella anale o che altro. Niente drammi in questo film, altrimenti si perdeva l’ampiezza del messaggio che vuole essere, anche letteralmente, universale). Insomma, il punto è che conoscendomi ho supposto che l’impatto maggiore lo avrebbero avuto le scene spaziali, perchè a me l’astrofisica piace (anche se non l’ho studiata perchè sono scemo, e ho deciso di fare cose meno serie) e mi piace quanto facilmente mi riesca trovare una rappresentanza del senso della vita nel movimento infinito di quelli che a tutti gli effetti non sono altro che enormi roccioni con una certa inerzia. Invece, la mia parte preferita è stata proprio quella dedicata alla prima crescita dei tre fratelli (pochissimi anni di distanza, è così che si fa nei posti perbene o nel texas dei ’50, mica come ora che si aspettano i 40, e che palle. Aridatece l’assegno familiare ducesco), che nei primi anni della loro vita sperimentano per la prima volta la creazione. Ovviamente nell’unico modo in cui possono farlo: viscerale, senza filtri, bellissimo, facendo capire come ogni bambino sia di nuovo Adamo e Eva assieme, completamente immersi e mai travolti (per mancanza di mezzi cognitivi, che nella prima infanzia sono completamente votati ad assorbire e fare propria la complessità della vita vissuta e a non farsene tante ragioni) da quello che li circonda. Ecco, quei quindici minuti, impeccabilmente legati da Ma Vast Moldau (Smetana, che avevo già sentito senza conoscerlo di nome, ma mai così energica) sono stati sinceramente il momento cinematografico più bello di tutta la mia vita. Una intensità e una profonda Verità (il cinema è 24 bugie al secondo al servizio della verità, Haneke dixit) nei movimenti di telecamera frenetici e rasoterra. Preso da e perso nelle sensazioni assolutamente distanti (qualitativamente e temporalmente) di un bambino che cresce.
E insomma, evidentemente Malick non è stato l’unico a prenderla larga, mi si scusi. Ma per legarmi all’inizio, l’essere reazionari. Era per dire, ovviamente. Intendevo che, dopo 2 film interamente votati alle domande (che, a loro discolpa, davano anche gli strumenti per potersi rispondere da soli, anche se non tutti hanno ovviamente le capacità per usarli) Malick ha azzardato qualche risposta. E alla domanda senza punto interrogativo di “qui c’è un conflitto padre figlio e un fratello che muore, là c’è il resto dell’universo e i velociraptor, dunque che vogliamo fare?” risponde con una tradizionalissima ripartenza dall’Amore e sopratutto dalla famiglia (che in definitiva è solo amore applicato), come luogo in scala di quella che è la vita (che in definitiva dovrebbe esattamente essere amore applicato, e niente di meno). Di fronte ad un confronto dimensionale così sproporzionato da togliere il fiato la reazione migliore è quella di non andare per vie di mezzo, ma di rispondere all’estremamente grande con l’estremamente piccolo.
Ed è ricordandosi di questo che Penn raggiunge un equilibrio interno che gli permette di ricongiungersi, ancora in vita, alla famiglia, al se stesso bambino, ai fratelli, agli altri, al tutto (anche ai velociraptor, nonostante Malick sia stato più clemente che coerente, omettendoli dalle scene finali). Non un paradiso, dunque (e il problema dei credenti sarà sopratutto questo, l’avere una visione preimpostata, e quindi limitata, sulla spiritualità. Si perdono molto, a questo modo) ma un luogo di confronto metafisico raggiungibile in qualunque momento dell’esistenza, e a questo punto meglio farlo mentre si è ancora in vita.
Sono contento di avere raggiunto la maturità necessaria per capirlo.
PS: ovviamente è un film di Malick, quindi parla anche del rapporto con la natura, dell’idea di male e di colpa eccetera però non è che possa parlare di tutto io, tant’è che la pasta è pronta e io scrivo da ore
Amarcord
Il senso di tristezza, nostalgia ma sopratutto solitudine che riescono a darmi i luoghi di ritrovo sociale di massa è qualcosa che oscilla tra il semplicemente affascinante e il semplicemente preoccupante. Una roba pazzesca, che probabilmente non riuscirò a spiegarmi mai, che certe cose vanno troppo a fondo. E ci si ritrova a vedere foto vecchie di secoli.
Eppure la amavo così tanto…
Premessa: l’articolo è mio, tratto dalla webzine (o fanzine in carta e ossa se siete dalle parti dello zoo di Pistoia) Feedback Magazine. Parla principalmente di musica, però io di musica non so un cazzo.
Premessa 2: Dato che mi sono accorto, rileggendolo, che l’articolo conteneva diversi errori di forma (il peggiore un congiuntivo andato ai maiali, gli altri ripetizioni che mi erano sfuggite). Dato che non è che scrivo per il New Yorker ma per una webzine non ho il lusso dell’editor personale, quindi ho fatto da solo. Sul sito di Feedback Magazine trovate l’originale, se proprio vi piacciono le ripetizioni. Ripetizioni, ripetizioni, ripetizioni. Toh.

Michael Haneke, classe 42, austriaco. Da quando si e’ messo dietro una macchina da presa sta portando avanti il suo messaggio. Un film, un festival, un premio dopo l’altro. A vederlo, pacato e sorridente, non si direbbe di avere di fronte la persona che, a conti fatti, ha girato le pellicole dai contenuti e dai mezzi cinematografici di analisi e critica sociale tra i piu’ potenti e significativi del cinema moderno.Perche’ insomma, sono trenta anni che H. dice che la societa’ e’ violenta. Che noi (quindi i nostri padri e i nostri figli) siamo violenti. Che NOI, quelli che stanno a sgranocchiare popcorn o a bere una tazza di te’ coi biscotti davanti allo schermo (anche se i primi sono decisamente i piu’ bersagliati) siamo violenti e apatici e abulici e pieni di pregiudizi e ricchi e infelici e incapaci di comunicarlo. E anche scemi. Il suo lavoro con piu’ buone azioni in assoluto e in un certo modo il messaggio piu’ positivo e’ Le Temps du Loup (2003): ambientazione post apocalittica. Acqua contaminata, bestie d’allevamento bruciate a migliaia e anarchia totale. H. ha girato The Road prima di The Road e al confronto degli altri suoi lavori sembra Dickens.I primi tre film fanno parte di una trilogia tematica. Tre pellicole per un messaggio trasparente e duro come il diamante. “Der siebente Kontinent (1989) ritraeva la vita normale di una famiglia normale, che per 60 minuti veniva mostrata lavarsi i denti, recarsi a lavoro e cenare assieme la sera. Ogni tanto si litiga, ogni tanto ci si vuole bene (entrambe le cose per molto poco e con molta poca convinzione. Comunicazione, vedete?) Per poi autodistruggersi nel piu’ totale e metodico dei modi: telefoni staccati, risparmi di una vita ritirati e buttati letteralmente nella tazza del cesso (H. racconta di come agli screening sia stata questa la scena che ha disgustato di piu’, con tanto di gente uscita dalla sala sbattendo la porta. Non sono riuscito a scoprire se abbia mentito). Infine, overdose di barbiturici.Stessa cosa in Benny’s video (1992): qua a distruggere il nucleo familiare e’ il giovanissimo figlio omicida, che condanna la famiglia alla complicita’ dopo essere stato “condannato” dal loro pacato disinteresse ad una vita davanti agli schermi televisivi; il primo dei suoi film a mostrare un lato dell’infanzia oscuro, pericoloso e irraggiungibile.E’ pero’ con 71 Fragmente einer Chronologie des Zufalls (1994) che H. trasforma stilemi registici che si limitavano a caratterizzare i due film precedenti in (pre)potenti mezzi rappresentativi intesi a far arrivare il messaggio ancora piu’ a fondo. Una frammentazione narrativa che racconta gli avvenimenti immediatamente precedenti e successivi ad una carneficina “per caso”. Conversazioni monodirezionali tra un vecchio ingrigito dal quotidiano ad una cornetta telefonica; lunghi silenzi a dividere il breve periodo che separa i piatti lavati dalle luci spente di un marito e una moglie che condividono ormai solo il letto. O 4 interminabili minuti di rimbalzi di palle da ping pong, tamburellate contro il nulla da un giocatore frustrato. E’ H. stesso a dirlo: “All’inizio vedo un ragazzo giocare. Presto dico ok, ho capito, andiamo avanti. Poi mi stupisco, poi mi infurio, poi mi stanco. Poi dico vediamo dove va a parare. Ad un certo punto osservo.”Osservare. Per uno che ha la comunicazione cosi’ a cuore, H. non sembra farsi scrupolo nel dirci senza mezzi termini che sia il contenuto sia il significato dei suoi lavori ce li dobbiamo sudare. La scena finale di Cache (2005), una inquadratura fissa dell’uscita di una scuola pubblica e gli studenti che vi sostano davanti potrebbe (o meno) contenere la soluzione all’intero film. Forse basterebbe osservare per capire cosa e’ davvero successo, esattamente come avrebbero dovuto fare i protagonisti della storia. Come l’intera comunita’ del villaggio di Das Weisse Band (2009), il suo film piu’ recente e pubblicizzato. Qui invece di lettere anonime velatamente minacciose abbiamo piccoli incidenti dai risvolti drammatici e pestaggi ai danni di handicappati. E, ancora, bambini bianchi solo nei nastri intrecciati nei loro capelli che cantano in chiese vuote di significato. Abbiamo capito cosa pensi H. della societa’. Difficile fare altrimenti, dato che ci fracassa la testa da tre decadi. La realta’ e’ che il tizio avrebbe anche rotto le scatole se non fosse uno dei registi piu’ brillanti del pianeta. E non si parla solo di fotografia impeccabile e performance di rara intensita’ (presenti entrambi a pacchi).Quello che separa i contenuti di H. da quelli di qualsiasi altro post nichilista dell’ultimora e’ il metodo con il quale vengono offerti allo spettatore. O, piu’ spesso, sbattuti in faccia. Ed e’ in questo modo che la violenza dei temi affrontati si aggiunge alla violenza registica. Probabilmente il suo lavoro più famoso, Funny Games (1997) glissa la critica sociale sullo schermo in favore di quella mostrata palesemente, nel comportamento dello spettatore. Uno slasher movie nel quale la violenza (estrema ed estremamente realistica, come in tutti i suoi film) accade fuori dallo schermo, che ci sottopone solo a tutto quello che ne consegue: le reazioni dei personaggi (che comprensibilmente scoppiano a piangere disperati per interminabili minuti) e le nostre reazioni, noi che il film lo stiamo “solo” vedendo. Ed e’ per questo che quando la protagonista riesce ad approfittarsi di un momento di distrazione dei suoi aguzzini e a sparare in pieno petto ad uno di essi, quando dalla platea si solleva il (silenzioso o meno) moto di sollievo o di esaltazione, e lo psicopatico Paul reagisce trovando un telecomando e riavvolgendo il film ci sentiamo cosi’ violati. H. non si limita a torturare i suoi personaggi e a farci sentire male per e attraverso di loro. Ci fa violenza personalmente, facendo leva sul nostro credere che certe cose siano dovute, siano giuste. E mentre siamo vulnerabili e contriti per immagini agghiaccianti e verosimili (agghiaccianti perche’ verosimili), ci da pure di fessi. Tant’e’ che si e’ sforzato di fare un remake scena per scena con produzione e distribuzione americana (2007) per riuscire a dare di fesso anche a quel pubblico al quale piu’ di ogni altro aveva pensato ma che probabilmente non aveva visto l’originale. E’ brutto, ma nel constatare che le nostre reazioni si presentano esattamente con l’intensita’ e il tempismo calcolato da questo straordinario regista, non si puo’ non ammettere che ci sia riuscito.
Le pire nel sacco

“It seems to me that we… struggle all our life to become whole. Complete enough when we die to achieve a measure of grace. Few of us ever do. Most of us end up going out the way we came in, kicking and screaming. But somehow Izzi, young as she was, she achieved that grace…”
Mia madre ha quasi sessant’anni, fa l’ostetrica, ed è completamente terrorizzata da tutto quello che concerne la morte. Non ne può parlare, non la può vedere, non può starle accanto nemmeno indirettamente. Ora, la professione non aiuta. Avere costantemente a che fare con un flusso così nettamente positivo di vita non ti fa inquadrare bene le cose. Così come fare il becchino, sospetto.
Ma, e lei lo ammette pure, il problema sta altrove. Se a sessanta anni la morte (ostetriche o meno) ha ancora questo effetto così devastante e implausibile su una persona di discreta intelligenza e cultura significa che hai sbagliato qualcosa. Lo ha iniziato a capire ora, forse troppo tardi anche solo per se stessa.
Comunque sia, non passa giorno che io non pensi alla morte. Non alla mia, e nemmeno a quella degli altri, ma la morte come concetto. In fondo, riflettere sui processi di morte cellulare o sull’implosione delle stelle è solo un salto di campo, e mi capita di pensare all’uno o all’altro (passando per tutto quello che c’è nel mezzo) praticamente ogni giorno. E va a finire che una idea su cosa rappresenti la morte (più che come funzioni o cosa ci sia dopo, che sono domande del cazzo) te la fai, dopo aver letto di tutto, visto di tutto, ascoltato di tutto e pensato di tutto.
E insomma, recentemente ho visto The Fountain, il film di Aronofsky in cui ha voluto fare talmente tanto il cazzo che gli pareva che gli hanno chiuso la produzione per due anni e poi riaperta con la metà del budget. Ecco, the fountain, che ha fatto schifo a davvero tantissime persone (intendo ai critici, che bombasse ai box office era prevedibile), è davvero un bellissimo uhm, coso. Cioè, è anche un bel film (e qua attacco il veloce pistolotto tra parentesi perché non sto facendo una recensione. Cinematografia elegantissima con pattern visuali che si ripetono tracciando paralleli fra i tre segmenti di natura e collocazione temporale diversa della trama, musiche potentissime e azzeccate, fotografia buona per il budget infimo, effetti speciali fatti con macroriprese di reazioni chimiche, sceneggiatura che riesce a rendere plausibile una collisione tra tempo della storia e tempo del racconto ad un livello di metanarrativa che ho visto solo nella letteratura postmoderna più agguerrita. E Wolverine è pelato. No, davvero, la cosa è praticamente un manuale del film perfetto), ma il punto è che è un BEL MESSAGGIO.
Secondo me agli atei sfugge qualcosa. Sfugge che il punto non è se dio esiste o meno, ma come mai continuiamo a chiedercelo. Come spesso succede, non è la risposta ad essere interessante (soprattutto quando comprende grosse incongruenze tra religione e religione, incomprensibili divieti sul contraccettivo e Camillo Ruini), ma la domanda.
C’è da dire che ad un religioso (che è diverso da un credente, anche se dato che ho già riscritto la frase una volta non saprei in che modo e di quale dei due stia parlando) sfugge sicuramente qualcosa. Perché mentre un ateo le domande, per natura, tende a porsele (anche se quelle importanti se le pone meno volentieri), un religioso no perché la risposta la ha di già (e generalmente non ha molto senso).
E comunque sto divagando. Sto divagando perché questo post l’ho scritto dato che qualche giorno fa è morta la madre di una mia amica che aveva un tumore al cervello (a scanso di equivoci, il tumore lo aveva la madre, non la mia amica, e infatti è morta lei. La madre, dico). Ho dovuto (in senso lato, non è che mi ha obbligato qualcuno, ma quando mi sono reso conto che la veglia era a meno di dieci ore di distanza e che ero completamente isolato da tutti i mezzi di trasporto esistenti sulla faccia della, uhm, campania ho quasi avuto un attacco isterico) fare i bagagli e partire in fretta e furia per viaggiare di notte attraverso 2/3 della penisola per assistere ad una cremazione (sineddoche).
Comunque, la veglia è stata molto bella, lunga e tutto sommato positiva per starsi tenendo nella casa di un vedovo neanche sessantenne e due figli di 16 e 21 anni. Questo perché il vedovo è un ganzo e ha organizzato le cose in modo, appunto, ganzo. Che, infatti, ha terrorizzato mia madre (intendiamoci, ha apprezzato la cosa ma non riusciva a non sentirsi a disagio). Il corpo non era composto, la casa è stata aperta da mattina a sera, e a metà pomeriggio sono venuti a prenderla senza fare rumore, per portarla, a bara già chiusa (con dentro una povera donna in pigiama) all’esposizione. Poi è stata cremata.
La veglia sembrava un cocktail party. In senso buono, dico. Okay, non sembrava un cocktail party (che fanno notoriamente schifo) allora, sembrava un salotto radical chic (uhm, si va di male in peggio). Insomma, era pieno di amici di vecchia e media data dei genitori (per quello sembrava un salotto radical chic. Che ci vuoi fare, nessuno è perfetto) e dei figli. I primi parlavano, mangiavano e comunque ridevano. I secondi parlavano, mangiavano e giocavano a gatto mangia merda (sì, il gioco dove ci si passa un foglio e alternativamente si scrive una frase, la si disegna e la si fa riscrivere). E quindi ridevano, perché quel gioco non ha senso.
Insomma, questa aria di non ufficialità può essere dovuta a due motivi. Il primo è una sorta di distacco dall’evento (che poi è lo stesso distacco che si tenta di creare con la stupidissima pratica della composizione dei cadaveri), e spero che non fosse per quello. Il secondo è per una accettazione della morte come processo naturale ed assolutamente NON rettilineo (sentite, a me Pennac piace leggerlo, ma se uno è un deficiente che fa dettar banco al proprio nichilismo post-comunista, post-muro, post un po’ tutto perché il nichilismo ha rotto le balle e ha i giorni contati [Come il liberismo, zing!] bisogna prenderne atto).
Che è un po’ quello che dovremo fare tutti, quello che ad inizio film Izzi ha già fatto (colpita da un tumore al cervello e omonima della mia amica, la figlia. Oh, the irony) e che T(h)om(as) impiega qualcosa che si avvicina all’eternità per raggiungere. Essere in pace con quello che si è, cioè esseri viventi (cioè filtri neuronali immersi nella complessa trama del cosmo. Vedere come ridurre tutto ai minimi comun denominatori del raziocinio non cambi di un’acca la questione) che vengono ad essere, assorbono, rielaborano e cessano di essere. Tanto vale che nell’assorbire e nel rielaborare uno riesca ad infilarci qualcosa di bello. E non tanto per un imperativo categorico (ne’ etico ne’, dio ne scampi [lol] religioso), ma perché è giusto che sia così. Perché sì. Perché forse arrivare a quella misura di grazia con la quale ho aperto il post fa parte della nostra natura così come nascere e morire. E’ tutto quello che sta nel mezzo e, esattamente come le domande, è più importante di dove si va a finire.
Ps: quando avrò il laptop di pasquini potrò inserire l’immagine che voglio io, nel frattempo dovrete accontentarvi di quello che aveva da offrirmi google.
Deathly Hallows et al.
Una sorpresa, decisamente una bella sorpresa.
Era ormai dal quarto film, il calice di fuoco, che questa (s)fortunata serie cinematografica non aveva avuto più niente da offrirmi. Le trame, già non particolarmente eccelse nel materiale di origine (e soprattutto sempre più tirate per le orecchie col progredire della storia), completamente stravolte e tagliate per far stare 600 pagine di libro in 100 minuti di film, apparivano come una sequenza di scene non coese, che passavano senza lasciare traccia e senza dire nulla. Il ritmo ridicolo: grossi effettori con musiche d’orchestra che si alternavano a scene di banale adolescenza da parrucchieri, che sembravano prese la “la vita di segreta di una teenager americana” (lo conosco perché se lo ciucciava con sospetta avidità la mia ospite in Svezia). Film senza arte ne’ parte, senz’anima.
Ora, gli attori sono ovviamente gli stessi. Quello che colpisce è che ad essere gli stessi siano anche regista e sceneggiatore.
Lo stesso identico team che era riuscito ad ammazzare quel poco di buono che la serie di Harry Potter aveva portato nel genere (leggi: una decisa tendenza all’evidenziare aspetti favolistici, sia classici sia, cosa più simpatica, stranamente urbani in quella che altrimenti sarebbe stata solo l’ennesima saga fantasy del cazzo) negli scorsi 3 film adesso è riuscito nell’impossibile impresa di rendere interessante la storia e i contenuti dell’ultimo, pessimo, libro di HP, Deathly Hallows.
Ancora non capisco bene come lo abbiano fatto, sinceramente, ma ho visto il film ormai già due volte, e la seconda visione ha confermato quello che avevo notato nella prima.
Cioè che questo film funziona perché non è un film di Harry Potter. Approfittando della, uhm (<—eufemismo incoming), scarsa densità contenutistica della prima metà del libro (che andava più o meno “psicodramma adolescenziale, angst, innuendo all’omosessualità del vecchio saggio, rinse, repeat”, per QUATTROCENTO PAGINE, il regista si è preso il suo tempo per dilatare la storia e dare un ritratto dei personaggi principali migliore di quanto abbiamo mai potuto vedere (e sì, eheh, anche rispetto ai libri, perché JK a scrivere fa un po’ schifo). Diverse scene funzionano molto bene (come il, assente nel materiale originale, ballo dei due protagonisti, soli e braccati da mesi; o l’asettico bollettino di guerra di matrice “fronteoccidentalina” sullo sfondo di lunghe camminate), e più in generale la fotografia e la cinematografia fanno un bel lavoro nell’offrire panorami che danno l’impressione è quella di stare vedendo il figlio illegittimo di Into the Wild (perché, seriamente, il secondo terzo del film è praticamente composto da soli paesaggi) e 28 Giorni Dopo (perché c’è una sottile linea di post-apocalittica, e soprattutto perché la gente parla con accento british).
Infine gli effetti speciali, spettacolari, sono usati con estrema parsimonia (per una assenza di eventi pivotali, più che per scelta stilistica), e quindi quando saltano fuori fanno ancora più impressione.
E tutta la parte ambientata a Londra funziona perché a) Londra è immensamente ganza b) da il contrasto interessante che non si trova nel genere, che manca drasticamente di contestualizzazione (questo perché il fantasy è, notoriamente e ironicamente, il genere narrativo con meno fantasia dell’universo).
Insomma, se avete dubbi perché gli ultimi vi hanno fatto schifo, o non siete mai andati a vederne uno perché ve ne rugate il cazzo, dategli una possibilità (nel secondo caso magari leggetevi le trame dei precedenti su wikipedia, che sennò non ci capite una mazza), perché questo film, contrariamente ad ogni aspettativa, merita. Sono curioso di vedere che cosa combinano col prossimo (sospetto che, esaurite le possibilità di continuare a non fare succedere nulla, dovranno fare avanzare la storia, e quindi farà schifo. Però si sono meritati quantomeno la fiducia).
Ora, detto questo, potrei dire tante altre cose.
Come che l’università stia finalmente iniziando ad andare normalmente (nel senso di “bene”).
Come che in Italia il magnifico “Scott Pilgrim Vs. The World” sia uscito in 2 sale in croce, e manco ho avuto la possibilità di dargli dei soldi o di spargere la voce.
Come che nonostante tutte le attenzioni che ricevo da un numero esageratamente alto (anche troppe, certe volte) di persone, sbattere la faccia sul fatto che c’è qualcuna che ormai non mi fa più nemmeno gli auguri di compleanno mi faccia un male cane lo stesso (e io a comprare i pinguini, incredibile)
Come che The Fountain, come che il Flying Circus, i giochi da tavolo, i libri e i fumetti, e la musica (sempre meno di tutto, ‘tacci loro).
Come che però è tardi e, vedere il primo “come che”, debba dormire per alzarmi presto.
The Beginning is the End is the Beginning
C’è un filo rosso che lega il mio particolare interesse per le case di legno e vetro e per l’interior design, la mia abilità nel condurre le barche a vela e nel parlare inglese, e il mio fare medicina ed essere decisamente preoccupato per il mio instabile futuro da italiano.
E’ il filo rosso dell’immane botta di culo che, ogni tanto, capita. Ed è per questo che, fra cinque o sei anni che saranno, mi troverò a scrivere su questo stesso blog…
…cinque o sei anni fa che erano, mi trovavo al pc a scrivere di questo post. La ragione per la quale mi trovavo a scrivere di questo post era che, cinque o sei anni fa che fossero, il filo rosso che legava tutta una serie di cose che ora non ho più ben presenti si era palesato come una immane botta di culo che, ogni tanto, capita. C’era una teoria che circolava fra i miei amici, o almeno quelli che mi avevano accompagnato per abbastanza tempo da fare statistica. La mia fortuna (o chiamatela come volete) si mantiene su livelli di abissale sfiga cosmica per periodi di tempo decisamente lunghi, per innalzarsi in picchi di svettante improbabilità con un periodo di circa 1 evento/1,5-2 anni.
Grazie al cielo, mi sono sempre ricordato solo degli episodi felici (per mia sfortuna gli amici statistici di cui sopra sono sempre pronti a fare pari). E così abbiamo quella volta in prima media dove una balla atomica e una festa di compleanno con tanti invitati rischiò di fare saltare in aria il fragile castello sociale che si andava formando, portandosi dietro il solidamente infantile castello sociale che si era già formato, ma che per una, appunto, botta di culo non si risolse in niente perché le persone che non avrebbero dovuto presentarsi non si presentarono.
O quella volta che, senza avere aperto un libro per tutta l’estate, entrai comunque nella facoltà dalla quale sono appena uscito laureato, perché ero abbastanza sveglio da farcela a pelo comunque.
O più semplicemente, quella volta che finii tra le ruote (letteralmente: nel mezzo) di una macchina in corsa senza farmi nulla, perché sì.
O quella volta che una serie di cose che ora non ho ben più presenti si palesarono come una immane botta di culo, che mi portò a scrivere sul blog di quello che fu l’anno meno divertente della mia vita. Perché una …
… perché una doccia sentimentale artica, un anno di università perso, due genitori che l’hanno decisamente presa dal lato sbagliato, 4 mesi di nullafacenza con depressione borderline, cattiverie gratuite, un panchetto sulla faccia, due punti, due terapisti (sottoinsieme dei terapisti: diverse migliaia di euro), una fatica bestia per muoversi dopo così tanto tempo (direi una vita) dall’enorme conca in cui mi sono trovato per circostanze che dipendono interamente da me ma delle quali, allo stesso tempo, non sono minimamente colpevole, 1+2 esami universitari e Toy Story 3 fanno un anno molto, molto poco divertente. Era solo tempo, insomma, perché il prossimo picco si presentasse. E dunque, capita che una sera si incontri una vecchia amica di passaggio per l’Italia, che fra i fumi dell’alcool invita un po’ tutti a farle visita (invito che, sempre fra i fumi dell’alcool, non viene respinto per non rompere il mood). E capita che la sera dopo si venga “volontariati” in maniera coatta per un training camp rugbistico in Svezia…
…in Svezia. Che pensa un po’, è precisamente il luogo in cui sto per andare a lavorare e a vivere. In Svezia, che prima di quel viaggio era solo una delle possibili mete professionali, giusto perché si sapeva che le svedesi erano tope e che le cose funzionavano.
In Svezia.
Che, visitata in modo appropriato (mischiando il turismo col job placement, le visite ai musei con quelle alle aree urbane con case in affitto), è riuscita, singolarmente, a prendere in mano la potenziale crisi post-risoluzione della crisi post-liceale e a darmi un obiettivo in grado di trascinarmi fino alla fine di quel teatro degli orrori che è la facoltà di Medicina e Chirurgia fiorentina. In culo a loro e al cavallo che ce li ha portati (talvolta certe parole sono proprio quelle adatte, citaz.).
La verità è che Stoccolma va a colpirmi nei punti giusti. Città cosmopolita, dall’architettura stupenda, verde, ecologica, piano urbanistico da nobel (come il museo. E il premio, sì. Ma dicevo il museo del premio). Complessi urbani piccoli ma eleganti a meno di 5 km di distanza, immersi in foreste fitte e laghi. Banchine sulla costa dell’arcipelago con segnali di STOP per i traghetti da abbassare e fissare manualmente, per spostarsi da un’isola all’altra col biglietto del bus. Persone che vanno a lavoro partendo da casa via acqua e ormeggiando nel centro cittadino. Migliaia di isolette con case “di campagna” in cui poter andare nei weekend per farsi un giro in barca a vela sul mar Baltico. E di inverno la neve (e i –30 gradi, lol) e i laghi ghiacciati sui quali pattinare.
E poi il paese in sé, che se ci stanno al governo i socialisti da quando se ne ha memoria e tutto funziona alla perfezione un motivo ci deve pur stare. Un futuro stabile per me e per i miei figli, se mai ce ne saranno. Un paese per il quale vale la pena pagare le tasse e lavorare nel pubblico, un paese in cui anche quando non c’è cultura c’è eleganza, quantomeno l’eleganza di ammettere che non c’è cultura. Un paese in cui ci sono i negozi di interior design, anche. Bei negozi di interior design.
Dopo una vita (meno un anno) di lassez-faire e fare altro per pensare ad altro, e un anno di profonda crisi personale, non è stata la decisione di iscriversi a quello stracazzo di test, o il fatto di averlo superato, ma quel viaggio che mi fece vedere, per la prima volta da quando ero nato, dove sarei andato a finire. Per la Svezia, dunque. Anche se…
…anche se lo svedese rimane e rimarrà a lungo una lingua di merda.
Ci vediamo sul blog quando avrò qualcosa da dire.
P.S: giusto per fare vedere alla gente quanto c’ho ‘a cultura, credo che inizierò a postare recensioni dei film che vedo e che credo meritino (di essere visti o di essere evitati)
22

And there was much rejoicing










