Lessi il Signore degli Anelli tra la prima e la seconda media. E non nel senso “durante l’estate”. Mi ci volle un anno e mezzo! Certo, nel mezzo lessi un’altra decina di libri, ma tant’è…
Le Due Torri mi avevano fatto Due Coglioni così, e insomma pesava davvero troppo. Arrivato al Ritorno del Re, fu tutto in discesa. Ma non volevo parlare di questo.
Dopo meno di due mesi (circa 5 giorni fa) ho finito L’arcobaleno della Gravità. Due mesi il cazzo, dirà qualcuno, perchè l’ho preso a prestito da oltre nove. Dopo averlo iniziato a salve per due volte (arenato verso pagina 120) la terza è stata quella buona e decisiva. Poco meno di 1000 pagine per tantissimi malditesta. Bellissimo, ma leggetelo solo se volete farvi molto maleo se avete quaranta anni. E’ strutturato in modo complesso, scritto in modo complesso, pensato in modo complesso, qualunque cosa è complessa. Ci sono 2000 anni di storia, 400 personaggi e nessuno che ci tenga la manina. Ripeto, per finirlo ci vuole tanta voglia di sfidarsi o tanta esperienza (ma TANTA esperienza). Ma non volevo parlare di questo.
http://kaax.wordpress.com/2009/12/15/pujamek/
E’ tornato Peli di Pantera. E’ lui il Re(jino). Lode a lui. E’ di questo che volevo parlare. Ecco, ho finito. Amatelo.
“For two months, Claire had drifted trough the parties, the desire of drugs, the one nigth stands, seeking excuses to obliterate herself…”

Non ho passato il primo anno di medicina. E questo all’inizio non perché sia in qualche modo più importante del resto, è che sono certo ci saranno migliaia di persone che da mesi si chiedevano come sarebbe andata al buon Ruocco. Così, è andata, non ho passato il primo anno di medicina. Insomma, chi se ne fotte.
Di festa in festa, di videogioco in videogioco, di libro in libro, di letto in letto, cercando scuse per annullarmi. Il punto è che non sto tanto bene ultimamente, e non è per medicina. Anzi, non sto proprio bene proprio perché non è medicina che non mi fa stare bene. Mi spiego. Ho fallito il primo anno, no? Ok, non sono l’unico (a medicina sono fra i pochi, ma in generale non sono l’unico), ma non ho poi così tante scusanti. E’ come se fossi bocciato. Significa che mi laureerò con un anno di ritardo, che avrò meno opportunità di lavoro, che qualche porta si è già chiusa per sempre, che eccetera eccetera.
Non me ne frega un cazzo. NIENTE, proprio niente. Perché non me ne frega niente? E’ terribile. E no, non è perché non me ne frega niente di medicina. Cioè, non me ne frega effettivamente niente di medicina, ma me ne frega comunque più che tutto il resto. Però non abbastanza. Neanche lontanamente abbastanza. Sembra che sia fisiologicamente incapace di assumermi responsabilità di tipo economico, lavorativo, emotivo. E non solo quelle, ma anche le conseguenze a cui porta il non riuscire ad assumermi le responsabilità di cui sopra. Vorrei poterci riuscire, ma sul serio, non ce la faccio. Posso ripetere come un mantra “sono un fallito” e la mia autostima non ne risente minimamente. Posso fare la stessa cosa con “non preoccuparti, hai ancora tutta una carriera universitaria davanti” e non mi sento più motivato. Mi basterebbe una qualunque delle due (o entrambe, come le fottute persone normali) per sentirmi meglio. E invece nulla, una apatia che funziona sulla sola quarta dimensione che mi sta seriamente preoccupando. Spero che passi.
Reprise. Ieri ho pensato che forse è tutta colpa del mio gatto. I gatti sono belli, mi piacciono i gatti. Sono eleganti, pucciosi e fanno la cacca piccola. Per qualcuno sonogli avatar, i semidei della bellezza. Il mio gatto era bellissimo. Ora è vecchio, magrissimo, malatissimo, viziato (si fotta mio padre) e protetto dalla soppressione (si fotta mia madre). E’ insopportabile, vomita, caca, miagola, ha freddo ed è bruttissimo. Temo che il gatto possa avermi ucciso la Bellezza. In questi giorni, non avendo seriamente nulla da fare (ok, non volendo fare niente. Non è che “non ho la forza”. Ma non è neanche vero che “non ho voglia”. Semplicemente non lo faccio. L’apatia quadridimensionale di cui sopra mi costringe ad un perpetuo stato di presente) ho avuto il tempo per cose sommariamente inutili come aprire una discussione sulla bruttezza in una popolata community ondine. Non lo avessi mai fatto, l’agnello ha rotto i sigilli. Ragazzi, sui forum, di solito, ci stanno non solo quelli brutti, ma anche quelli appena sopra la media. Come ha detto Claudio qualche giorno fa “almeno sanno scrivere su internet”. Il mondo è pieno, pieno, pieno, PIENO di imbecilli. Prima mi piaceva utilizzare la gaussiana sulla distribuzione dell’intelligenza. Ora non posso più. Prima di tutto perché ho scoperto di avere 115 di QI che è abbastanza basso rispetto alla media alta, e invece io sono discretamente più non dico intelligente, ma sopportabile, sagace e poliedrico di un botto di persone. E soprattutto perché la curva a campana non coincide coi dati che si rilevano in giro. Nove persone su dieci sono stupide. Ma non in senso stretto, in senso cosmico. Andrebbero messe al muro e fucilate, senza appello. Chi a venti anni non capisce una battuta e dice “non ho capito” e poi “aaah!” merita di essere squartato da candidi verri. Chi vota per certe persone, chi vota per certi motivi, chi legge certe cose, chi ne fa altre. Recentemente, chi vuole il crocifisso per difendersi dall’orda musulmana e che non lo vuole per difendere la laicità dello stato. Il relativismo mi sta crollando addosso. Per non parlare di tutti gli altri. Davvero, non ne posso più. Ultimamente sto aumentando in modo vertiginoso le mie uscite random contro i negri, gli ebrei, i froci o le donne. Solo per poter vedere quante persone mi danno di idiota e quante mi danno ragione. Solo per confermarmi che trovo insopportabili tutti e due i gruppi. Una su dieci invece si mette a urlare le stesse cose che urlo io. Per loro una cartuccia la risparmio volentieri. Per il mio gatto, no.
Avrei bisogno di un centro di gravità permanente. E non perché cambio idea, perché sto andando sempre di più alla deriva sulle idee che mi ritrovo. Vorrei credere in me stesso, o in qualcun altro, o nel mio lavoro, o nella mia nazione, o in dio. Vorrei vivere quando tutto era più semplice e la sofferenza non aveva basi sulle quali fare leva. Vorrei una bugia credibile, vorrei una pillola blu. Gli amici non possono salvarmi. Perché che lo ammettano o no (qualcuno lo fa, qualcuno no) sono nelle mie stesse condizioni esistenziali anche se certe volte e a turno, dotati di più intelligenza, più carisma, più muscoli, più fortuna, più soldi. Non ci cerchiamo a vicenda, quando stiamo un po’ così. Dagli altri non voglio essere salvato, preferisco stare dove sono. Andate a raccogliere cotone coi negri. Da una ragazza? Forse. Non la butto sul melodrammatico, ma in questi casi o bene bene o male male. E’ da diverso tempo che sappiamo male male. Succede, statisticamente prima o poi avrò fortuna. Ma non è il se che spaventa, è il quando. In venti anni ho collezionato una cotta in età prescolare e una, e dico cazzo UNA SOLA ragazza che mi interessasse come dovrebbero interessare quelle giuste. L’età prescolare è passata da un pezzo, quindi niente cotte. Devo davvero aspettare altri 15 anni per vedere se la prossima eletta mi vorrà vicino? Faccio prima a spararmi in bocca. Vi prego, mandatemi una giovane cameriera bionda e innocente, fatemi venire le Stimmate, fatemi una lobotomia, datemi qualche miliardo di euro. Voglio vivere per qualcosa, che sia l’amore, che sia dio, che sia la mia stupidità, che sia la spensieratezza di una vita fra gli agi. Una qualsiasi mi va bene. Arrivederci.
“…Until she realized that if she was to go on living, she couldn’t go on living like this.”
Sì, la frase l’ho vista in bocca a Corrado Santamaria, filosofo fallito nonchè pedofilo della peggior specie. Coinondimeno (anzi, ESATTAMENTE per questo) mio amico superiper. Mai come ora penso che cazzo, ha veramente ragione. E’ metà estate e devo preparare l’esame più difficile del primo anno di medicina. Ancora non ho fatto praticamente niente. Ok, sono andato a ventisei concerti e al fottuto pokemon day nel giro di 4 giorni, ma è passato da mo il tempo standard di recupero da questo tipo di esperienza traumatica. E invece mi sto trascinando da una settimana e mezza da un giorno vuoto all’altro. La seggiola del pc e le mura di camera mia stanno assumendo un persistente odore di sudore da fatica. La tragedia è che non solo curo la mia igiene quanto prima, ma non faccio assultamente nulla da mattina a sera. Deve essere fatica esistenziale.
A me interessa medicina. Forse è proprio quello il problema. Non la studio perchè è l’uni e perchè il posto in società uno lo deve trovare. La studio perchè mi interessa. Non mi appassiona (non ancora), mi INTERESSA. Come mi interessano certi tipi di libri, o di graphic novel, o di fumetti, o di anime, o di argomenti. Raramente mi appassiono alle cose. Mai successo, anzi. Giusto con le persone. E con una ragazza. Una. Bel record personale. Che poi “vaffanculo morgana, che neanche sei tutto ’sto gran che”. Non è vero, ovviamente, sto mentendo a me stesso. Almeno questo permettimelo. Insomma, sono incostante. La cosa che più di ogni altra mi ostacolerà (impedirà?) il percorso di studi. E sarà una cosa di comodo, sarà quel che cazzo volete voi, ma io credo di averne il diritto. Non “perchè poi trovi un tuo equilibrio”, non “perchè sei ancora giovane ed è giusto che ti diverta finchè sei in tempo”. PERCHE’ SI’. Mi è già stato chiesto troppo al momento della nascita. Sono nato, ora ESISTO. Cosa stracazzo volete di più? Non vi è bastato il tiro meschino che mi avete giocato? E no, non sto poserando. La mia vita non fa schifo, io adoro la mia vita. Frequento un buon percorso di studi, ho imparato a leggere (nel senso lato del termine) e ad essere selettivo con le cose e le relazioni. Sono circondato da persone che hanno il mio amore e il mio rispetto. Ho un buon senso dell’umorismo che mi permette di affrontare LA cosa con una risata a chiosare, che è già qualcosa. Però non esistere sarebbe stato meglio. Anzi, non sarebbe stato. E nonostante tutto questo non trovi il benchè minimo posto nella realtà (perchè non è questione di società. La vita in se è una incessante lotta), io mi sento lo schiavo del mio essere. Inteso come il verbo. Un verbo che per forza di cose è un imperativo.
“SII, dunque! SII, cazzo! SII, che la vita non fa sconti!”. No, vaffanculo. Vado contro l’ordine naturale costituito. Contro la termodinamica. Contro quel che vi pare. Ma no, non ci sto. Io voglio, ESIGO la possibilità di prendere e avere quanto tempo voglio per leggermi e capire “L’Arcobaleno della Gravità” di Pynchon, che dalla fretta per gli esami a marzo ho letto tre volte le prime settanta pagine e non c’ho capito nulla. ESIGO la possibilità di interrompere qui e ora tutto quello che sto facendo e girare in quanti mesi voglio il seguito di un film, e di chiamarlo OKAPI OUTRAGEOUS TRUTH. Anche se è un film di merda, anche se non riuscirò mai a girarlo come vorrei, anche se lo giro solo per me e per chi lo gira e recita con me. ESIGO la possibilità di smettere di doversi nutrire, per continuare a vivere. Perchè a livello concettuale, la fatica del portarsi il cucchiaio di pennette al sugo alla bocca è la stessa dello spaccarsi la schiena in miniera. Ed è troppa.
Non mi interessa essere realista. Non voglio che questi miei desideri vengano esauditi. Voglio che venga riconosciuto il fatto che dovrebbero esserlo. Che sarebbe giusto che lo fossero. Perchè se dovessi davvero continuare a vivere secondo questi miei pensieri, finirei morto di freddo sotto a un ponte, sì. Ma ciò non toglie che abbia ragione. Ciò non toglie che abbia ragione.
Ciò non toglie che abbia ragione.
Prendete gli italiani. Troppi. Ora tenete solo quelli giovani. Troppo pochi. Selezionate solo quelli di una regione (una a caso, eh: la Toscana), perchè con buona pace di Garibaldi finché ci saranno i discorsi paraculi che si sentono ovunque (“eh, ma la mafia è solo al sud, eh”) i “terroni” non saranno solo deliri da impotenti esistenziali, ma esisteranno davvero. E l’Italia unita rimarrà solo nel libro Cuore. Per comodità, ma giusto per comodità, prendete quelli di Firenze. È pur sempre il capoluogo. Spargeteli nella rete universitaria. La generalizzazione è brutta, ma qua si tratta di constatazioni sociologiche applicate a numeri apprezzabili di persone. Proseguendo, dunque, prendete quel tipo di persone che si sono ritrovate a medicina. Discretamente vispi, preparazione liceale che va dal buono all’ottimo, estrazione medioborghese, studiosi. Orizzonti culturali nella media: dunque uno schifo. Qua non servono. Si formano buoni medici, non buoni filantropi. Date loro da fare un 5-6 esami in un anno, o poco meno. Mole di lavoro considerevole, tempo libero il giusto, niente compiti a casa, abituarsi ad organizzare il proprio tempo. Roba nuova, ma immediatamente riconoscibile. Funzionale. Votata. Inquadrata. Etichettata. Nel mezzo a tutto questo, cercate di trovare il modo di inserirci un corso di informatica. Si prevedono cose semplici e utili. Esame da niente. Un altro voto sul libretto, ma tanto è informatica e non fotte niente a nessuno. Word, Powerpoint. Excel, se proprio.
E invece si parla di marketing e fisica. Di campi arati ed esperimenti pedagogici. Di connessioni umane e campioni di sperma sull’orlo della scadenza. Di tutto, tranne che di Office, insomma. A qualcuno è piaciuta la novità. A qualcuno no, perché è abituato a procedere secondo schemi di pensiero che della novità non sanno cosa farsene. Non sempre è un male. A troppi, invece, non ha fatto nessun effetto. Il che è terribile. Non si sono disaffrancati dal progetto perché contrari. Ma solo perché “non serviva” (sic). A queste persone va il mio più profondo disprezzo. “Vivrete e morirete inquadrati in schemi che non riuscirete mai a vedere. La vostra condizione esistenziale mi addolora più di ogni altra cosa”. Perché in quel mese e poco più, da quei pochi interventi che detti dal vivo o scritti su un blog io non ho imparato nulla sulla medicina. Ne’ sull’informatica. Tantomeno sul marketing o sullo sperma.
Ho Capito, con la c maiuscola. Non c’è stato bisogno di darmi risposte. Le risposte sono noiose e tendono a diventare obsolete dopo poco tempo. Chi dice di avere risposte definitive a qualcosa o ci crede davvero ed è un illuso o mente ed è un criminale. Sono le domande che mandano avanti tutto. Smettere di porsele significa raggiungere lo zero assoluto della condizione umana. Le risposte non saranno mai abbastanza. Di domande ne basta una per avere di che pensare fino alla morte. Senza le domande, siamo solo pezzi di carne autocoscienti che soffrono tra una copula e l’altra.
Io l’intervento l’avrei finito. Se tutte queste conclusioni vi sembrano ampiamente autoreferenziali e poco legate a quanto abbiamo fatto nel corso di informatica, significa che probabilmente di domande non ve ne siete poste mai. Nel caso non si fosse capito ci terrei a ringraziarla ancora una volta, dopo averlo fatto sul suo blog, dal vivo, sul foglio di valutazione del corso ed ogni sera prima di andare a dormire assieme alla preghierina al Padreterno (Test. Una delle precedenti è inventata: scoprite quale), professor Formiconi. Perché se lo merita e perché credo sia giusto farlo. Sono certo che troverò motivazioni plausibili (o scuse patetiche, vedremo) per continuare a sentirla. Mi fa bene alla salute.
E’ vero, era parecchio che non scrivevo qualcosa. Nella mia crociata contro la personale e distruttiva abitudine a non fare niente tutto il giorno ho trascurato, tra le altre cose, anche questo blog. Assignment compresi. Magari ho adempiuto, ho provato: ma la forza di scrivere qualcosa di utile non ce l’avevo. Tanto valeva starsene zitti. Non me ne vogliate, ma anatomia, che Dio li fulmini, necessita questo. Ed altro, infatti il successo all’esame non è garantito. Comunque sia, torniamo a noi. Vi avverto, sarà una cosa lunga. Per facilitarvi, un breve riassunto: nella prima parte parlerò di come la cultura si sia denaturata nell’era moderna, nella seconda di come l’estetica sia importante, dappertutto. Saltate pure una delle due parti, se volete.
Il mondo moderno, per fortuna, è più “di sinistra” (su, guardate al di là della semantica e non rompete i coglioni, sono ironico) di quanto lo fosse in passato. Si sono persi gli elitarismi, la nobiltà, l’assolutismo di origine divina. Si è iniziato a pensare a come rendere tutti uguali, piuttosto che a come sfruttare coloro verso i quali il caso era stato meno generoso. I vantaggi dell’uguaglianza, oltre ad una giustificata sicurezza di “stare facendo la cosa giusta”, sono stati illustrati efficacemente dal professor Formiconi. Però, come in tutte le cose, c’è il rovescio della medaglia. Sapete, come lo Yin-Yang e quelle troiate da manager (rigorosamente femmine) new age. Nell’ambito della cultura umanistica, quella fatta da prosa, filosofia, poesia eccetera, la parità degli uomini ha indubbiamente causato disastri. Adesso che tutti sanno leggere e tutti sanno scrivere, che i nobili sono in bancarotta o ai domiciliari per sfruttamento della prostituzione, che tutti hanno pari dignità, la quantità di libri di merda è aumentata in modo spropositato. Il problema è che questi libri vengono letti da tutti. Com’è normale che sia, altrimenti non sarebbero libri di merda, del resto. Occupano le librerie (quelle delle grandi catene, ovviamente. Le vecchie librerie polverose e amichevoli stanno venendo sostituite da mostri di compensato e plexiglass), le televisioni, i giornali. Le scuole. Al test di ingresso di medicina ho trovato una domanda (qualsiasi essa fosse) che come risposta aveva “Susanna Tamaro”. Come se su una domanda di cinema la risposta fosse “Moana Pozzi”. Per farla breve, insomma, tolgono visibilità ai “grandi libri”, il cui numero di uscite quinquennali è ovviamente identico a quello di cent’anni fa. Insomma, non è che un “Guerra e Pace” possa essere scritto ogni mese. Nel frattempo, gli scrittori con troppo talento per poter sperare di vendere abbastanza, non c’hanno da campare. Spariti i nobili, sparito il mecenatismo. Prima campavano gratis, sulle spalle di qualcuno che aveva abbastanza soldi da poterli spendere per la cultura. Si accontentavano di una dedica al terzo verso della prima stanza, ed erano tutti contenti. Adesso le uniche cose in grado di convincere qualcuno a scucire soldi per pubblicare un libro sono i numeri di zeri sul fatturato mensile. Questa è la triste realtà. Ma alle persone, soprattutto ora che si sentono tutti speciali (quando il più delle volte sono semplicemente analfabeti di ritorno), non piace ricoprire la posizione dell’imbecille. Se si può questionare sulla liceità del dare dell’imbecille a qualcuno, è indubbio che non c’è pratica più salutare e onesta che darsi dell’imbecille da solo (ne approfitto: per inciso, io sono un imbecille). Lo aveva detto Socrate, eh: il saggio è colui che sa di non sapere. E invece no, non solo si è speciali e assolutamente NON imbecilli, ma addirittura siamo “persone meglio”. Rimane solo da trovare un modo per giustificare tutto questo.
Questo modo è la progressiva atrofizzazione dell’estetica. Non è ovviamente l’unico, e non è ovviamente il maggiore, ma a me sinceramente mimportaunasega, come dicono i francesi. Checchè se ne dica, la tendenza moderna (ma dagli ultimi cent’anni in poi, mica dall’altroieri) è di decantare le modi del significato a scapito del significante. “L’abito non fa il monaco”, “quello che importa è il pensiero”, “tante belle parole e poi non ha detto niente” “orco giuda si è rotto il profilattico” e cose così. Sono frasi che si sentono fin troppo spesso (soprattutto l’ultima, ma ho paura sia un altro discorso), e le più volte a sproposito. La forma, l’estetica, non sono importanti, ma FONDAMENTALI. In tutti i campi. Partiamo con la poesia. Se si ci si avventura su internet, si trovano diversi siti di raccolta di poesie “amatoriali”, per così dire. Ebbene, sono tutte o quasi uno schifo. Ma non per chissà quale ragione, è che partono proprio dalla premessa sbagliata. Poesia viene da poiesis, forma. Non è il cosa, si dice, ma il come lo si dice. L’amore di Leopardi per la Targioni non è troppo dissimile da quello di un coglione qualunque per la sua morosa. Se siete innamorati di qualcuno, se avete visto un bel tramonto, se siete depressi, se vi volete ammazzare, beh, di tutto questo non fotte niente a nessuno. Gli uomini si innamorano, vedono tramonti, si deprimono e si ammazzano dall’alba dei tempi. Dovete dirlo in maniera convincente, altrimenti è una poesia del cazzo. Per la letteratura, in realtà, è la stessa cosa. I concetti di un romanzo, anche di quelli più complessi, sono riassumibili in un periodo. Prendete il già chiacchierato Infinite Jest. 1300 pagine o qualcosa di simile, 30 personaggi principali, 50 anni di tempo della storia, argomenti che spaziano dal tennis alle atomiche, passando per droga e aritmetica. Risultato: “per l’uomo è impossibile rinunciare al divertimento”. Tutto il resto è definito dal modo in cui è scritto. Intendiamoci, per scrivere bene le “scuole di scrittura creativa” non servono a niente, si vede che sono artifici vuoti di significato (significato estetico). Si deve imparare a leggere, per imparare a scrivere. Ma portiamo la cosa ad un livello un po’ più astratto, universale, lasciando perdere le implicazioni pratiche. Forma o Contenuto? Per quanto mi riguarda, prediligere il contenuto è autoreferenziale ed antropocentrico (parola che, fra parentesi, il Formiconi odia). I contenuti, pure quelli buoni (e sono rari), sono concetti umani, partono dall’uomo per arrivare all’uomo. L’estetica invece si rifà alla metrica, che è matematica. La matematica è il tessuto stesso della realtà. Parlare di un concetto è rivolgersi ad una porzione infinitesima del creato. Produrre qualcosa di esteticamente valido (che sia una poesia, una statua, un dipinto) significa contribuire attivamente alla Bellezza dell’universo.
Si ringrazia quel cinese (del cazzo) di Claudio per avermi aperto gli occhi per l’ennesima volta. Se ne dovrebbe tornare in Manciuria, però.
EDIT: l’articolo l’ho scritto stamani. Nel frattempo, quei brav’uomini della segreteria di anatomia sono riusciti a perdermi la patente che avevo dato loro per prendere in prestito una scapola. Che si fottano. Urge sfogarsi anche via etere, però.
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Non voglio vendere la mia musica. Vorrei regalarla, perché da dove l’ho presa non bisogna pagare per averla.
Queste parole sono state dette da Don Van Vliet, in arte Captain Beefheart. A troppi non dirà assolutamente niente, ma i musicofili un minimo più smaliziati sapranno che Beefheart è l’autore di “Trout Mask Replica” l’album con tutta probabilità più influente della storia del Rock (ascoltare per credere, comunque qua c’è una ottima recensione). Non esattamente l’ultimo degli stronzi, insomma. Il punto è che non si vive di opere di bene, e fare il cantante o che altro è un lavoro che può rendere tantissimo: pochi resistono alla tentazione di diventare ricchi sfondati. Va a sensibilità. Il film che ho girato con i miei amici, 3 anni fa, ha richiesto qualcosa come un centinaio di ore di lavorazione, e non mi sarei mai sognato di venderlo. C’è da dire che giustamente del mio film non fotteva niente a nessuno, gratis o meno. Comunque sia, il (possiamo dire sacrosanto) diritto al guadagno derivato dalle proprie opere è spesso usato come macchina di lucro per circoli associazioni e parentado, senza ritegno alcuno. Ho rintracciato uno speciale di diversi anni fa di Report sulla SIAE (sul sito non funziona più, ma su youtube c’è per intero), agghiacciante e lungo ma dannatamente interessante:
Insomma, per quanto mi riguarda faccio il possibile per comprare la musica, i videogiochi o i film che ritengo più meritevoli o fatti da persone degne o bisognose di finanziamenti, come software house indipendenti, ma non mi faccio molti problemi nello scaricare. So che fine fanno gran parte dei soldi dati ad ogni acquisto, e non mi piace per niente. Allo stesso modo, ritengo che si possa definire “per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro” qualsiasi film, libro o album che vediamo, leggiamo o ascoltiamo, dato che la cultura non deve essere un bene di lusso, ma gratuita e disponibile anche a chi troppi soldi non ne ha. Qualcuno lo ha riconosciuto: i Radiohead rilasciarono il loro ultimo album “In Rainbows” sul loro sito, con la possibilità di pagare il download una cifra a scelta, anche a gratis. Apprezzabile. E l’album era pure bellissimo.
Allora, ci è stato chiesto di usare pubmed a random, per cercare qualunque cosa. L’intento è buono e giusto, però i (miei) risultati sono stati scarsini. Non c’è argomento più chiaccherato del più semplice: scrocchiarsi le dita fa venire l’artite? Ora, la storia della medicina è piena di esempi affini, che sono spariti nella naturale secolarizzazione di convenzioni o valori di cui la gente si era, giustamente, scassata il cazzo. Nessuno ormai pensa che tirandosi una raspa si diventi ciechi o brufolosi. Però sta cosa di scrocchiarsi le dita (o le nocche) ancora non è stata risolta. Ed è rimasta tale, assurdamente.
Ho trovato solo 3 articoli validi, e dicono tutti e tre cose diverse.
“Habitual knuckle cracking in children has been considered a cause of arthritis. A survey of a geriatric patient population with a history of knuckle cracking failed to show a correlation between knuckle cracking and degenerative changes of the metacarpal phalangeal joints.“
Il primo dice fondamentalmente che non ci sono prove che causi artrite
“The relation of habitual knuckle cracking to osteoarthrosis with functional impairment of the hand has long been considered an old wives’ tale without experimental support. The mechanical sequelae of knuckle cracking have been shown to produce the rapid release of energy in the form of sudden vibratory energy, much like the forces responsible for the destruction of hydraulic blades and ship propellers. To investigate the relation of habitual knuckle cracking to hand function 300 consecutive patients aged 45 years or above and without evidence of neuromuscular, inflammatory, or malignant disease were evaluated for the presence of habitual knuckle cracking and hand arthritis/dysfunction. The age and sex distribution of the patients (74 habitual knuckle crackers, 226 non-knuckle crackers) was similar. There was no increased preponderance of arthritis of the hand in either group; however, habitual knuckle crackers were more likely to have hand swelling and lower grip strength. Habitual knuckle cracking was associated with manual labour, biting of the nails, smoking, and drinking alcohol. It is concluded that habitual knuckle cracking results in functional hand impairment.“
In breve, il secondo sostiene che non causi artite ma sembra che alla lunga indebolisca la mano
L’ultimo è il mio preferito:
“A question commonly asked of physicians focuses on the possible deleterious effects of knuckle cracking. Patients are usually concerned that the risk of arthritis is increased by the habit; however, reports addressing the potential long-term consequence are controversial. We present two cases in which acute injuries were suffered while the patients were attempting to crack their knuckles. Both injuries responded well to conservative treatment. Our investigation shows that acute injuries can result from the forceful manipulation needed to achieve the audible pop of cracking knuckles and that patients should be counseled accordingly.“
I bei momenti: non si sa bene se causi artrite o no, ma che ci sono imbecilli che pur di produrre il rumore dello scrocchio si sono distrutti le mani. Cioè, tipo piegate come uno Startac. E io li adoro, dovunque essi, e le loro mani implose siano ora.
Nel cercare di descrivere un romanzo come Infinite Jest, mi sento come si sentiva Dante nel cercare di descrivere Dio. Sapeva precisamente quello che aveva provato, ma non riusciva a dirlo. Infinite Jest, letteralmente “Scherzo Infinito”, è l’opera magna di David Foster Wallace, un giovane scrittore e insegnante universitario americano che si è tolto la vita mentre stavo leggendo pagina 832, più o meno. Raccoglie e rende più digeribili tutti gli stilemi dei romanzi postmoderni più vecchi, quelli di Pynchon in primis. Il risultato sono qualcosa come 1100 pagine + oltre 250 pagine di note (note che non infrangono il quarto muro. Sono note interne alla narrazione, e vanno da nomi fittizi di società produttrici di farmaci inesistenti a conversazioni importantissime lunghe decine di pagine), più di trenta personaggi principali, ognuno con una sua storia ambientata nel suo tempo. Assieme, non formano una narrazione coesa, ma un ritratto immenso di quello che Wallace vuole comunicare: l’incapacità dell’uomo, e soprattutto dell’uomo occidentale, di rinunciare al divertimento.
In una America quasi contemporanea devastata da politiche scriteriate, gruppi di terroristi canadesi che combattono per l’indipendenza e droghe consumate da tutti per sfuggire dall’opprimente realtà quotidiana, si snodano diverse storie blandamente collegate. Dopo 1300 pagine non le vedremo finire ovviamente, come non le avevamo viste iniziare (anzi, simbolica è la scelta del capitolo iniziale: il maggiore protagonista del libro, invecchiato di un anno rispetto alla linea temporale prominente, impazzisce sotto i nostri occhi, chiudendo effettivamente la storia. E seguire i motivi che lo hanno , pagina dopo pagina, spinto verso la pazzia, sarà ancora più doloroso), ma ne avremo ricavato qualcosa di ben più importante che la semplice storia di qualche uomo. Leggeremo di come l’allenamento preparatorio per i circuiti professionali del tennis funzioni con gli stessi barbari meccanismi spersonalizzanti delle associazioni per la disintossicazione, e che chi rifiuta di piegarsi finisce con la testa esplosa in un microonde. Leggeremo di come gli assassini più pericolosi siano quelli su sedia a rotelle, e di come sia possibile unire tennis, olocausto nucleare e integrali matematici in un gioco di strategia in tempo reale. E soprattutto, seguiremo la storia della droga più potente di tutte: un film così bello e divertente da non riuscire ad interromperne la visione, finendo per morire di inedia. Insomma, di cose ce ne sono a pacchi, abbastanza da cambiarvi la vita. Basta prendere il libro in mano e aprirlo.
Lo scrivo ancora a caldo, dato che ho avuto la possibilità di collegare il pc portatile ad una presa, che la batteria era schiantata. Sono rimasto ESTERREFATTO dal seminario “I Care”. Un fottuto schiaffo in faccia al ritegno, al perbenismo postborghese e a tutti i mali che rappresenta e si porta dietro. Il professor Formiconi (con quelli di “M’Illumino d’Immenso”, ovviamente) è riuscito a radunare un centinaio di persone che, da quanto ho empiricamente sentito prima, durante e dopo la conferenza, hanno al loro interno una parte (troppo) vasta che si prende dannatamente sul serio. Li ha radunati, e gli ha tirato un bel rutto in faccia. Gigantesco e umidiccio, e dannatamente GIUSTO. Ed è il gesto più significativo, vero, e umano che si potesse fare. Non ho abbastanza parole per complimentarmi di questa SMACCATA mancanza di ritegno, e se ci fosse qualcuno all’interno del corso che mi conoscesse abbastanza, saprebbe quanto ci tengo alla sistematica distruzione di ciò che è considerato “perbene”. Garantisco che appena avrò risolto i personali problemi con lo studio che mi porto dietro da fin troppo tempo e sarò in pari con gli esami (ad occhio e croce per l’inizio del prossimo anno accademico) quelli di “M’Illumino d’Immenso” sentiranno parlare di me. Oh se mi sentiranno, baby.
La premessa è insieme suggestiva e particolarmente semplice: cosa potrebbe succedere se internet fosse ovunque e ci potessimo connettere senza interfacce o addirittura senza accorgercene? La risposta è Serial Experiments Lain. Non è esattamente recentissimo, ma ci ho posato gli occhi sopra solo qualche mese fa, e sono rimasto letteralmente folgorato dalla bellezza di questo anime. Breve, girato ottimamente, tematiche complesse e ben affrontate (fondamentale, se si considerano le altre opere nipponiche degne di attenzione, Neo Genesis Evangelion in primis: bellissime ma spesso intelligibili o assurdamente pretenziose nelle conclusioni). Un capolavoro. La natura dell’opera rende difficile la formulazione di una sinossi, ma ci proverò lo stesso. Dopo la morte di una sua compagna di classe, una ragazzina riceve una mail dalla defunta, e acquista progressivo interesse nell’informatica e nella tecnologia dei network. Punto. Da qua (la prima puntata, più o meno), si snodano altri 12 episodi che dipingono con estrema efficacia un insieme di avvenimenti reali, allucinazioni, pensieri e riflessioni filosofiche. In realtà, questa rappresentazione delirante della realtà è perfettamente contestualizzata alla trama. Nel tempo in cui si svolge la storia (una voce, all’inizio di ogni puntata, ci ricorda beffardamente che si tratta di “present day, present time”), il Wired (ne’ più ne’ meno che il nostro internet) si è espanso in capacità e velocità. In più, l’avanzamento tecnologico ha reso possibile connettersi alla rete immergendovisi completamente (una realtà virtuale privati dei clichè iperbolici tipici della fantascienza). Per un espediente narrativo che verrà spiegato in modo abbastanza blando nelle ultime puntate, però, è stato improvvisamente reso possibile (e senza che nessuno al mondo ne sia venuto a conoscenza) connettersi al Wired senza rendercene conto. Gli esseri umani, quindi, si trovano a tratti collegati gli uni agli altri, in una strana forma di realtà alternativa virtuale. Sì, assomiglia a Matrix, e infatti SEL è stata una delle opere che lo ha ispirato. A differenza di quest’ultimo, però, la realtà virtuale del Wired si fonde con il mondo reale, per una semplice conclusione filosofica, che parte da Schopenhauer per arrivare al rasoio di Occam. Se tutti gli esseri intelligenti di una realtà oggettivamente falsa pensano che sia vera, allora questa realtà diventa vera automaticamente. E’ una semplificazione, si chiama realtà consensuale.
Ovviamente Serial Experiments Lain non è da prendere alla lettera. C’è anche qualcuno che lo ha visto come una critica alla tecnologia informatica, e ha mancato completamente il punto. L’opera parte da una cosa realmente esistente (internet), e porta le sue implicazioni ontologiche alle loro estreme conseguenze. Cosa è internet, cosa rappresenta davvero per l’uomo? Nel mezzo, riesce a piazzare punti di vista molto interessanti sulle cose più svariate, dal significato di realtà al bisogno umano del Divino. Una volta finita (ma chi ha visto o letto Watchmen lo dovrebbe pur sapere: niente ha mai fine), lascia ad ognuno trarre le proprie conclusioni. Se riuscite a recuperarla guardatela. A parte essere assurdamente bella ed interessante anche di per se, è particolarmente legata al progetto di social networking che stiamo tentando di perseguire. A tal proposito mi farebbe piacere sapere cosa ne pensa il professor Formiconi, se l’ha vista. In caso contrario consiglio a lui più che ad ogni altro la visione.
P.S: ne caso siate pigri/svogliati/incapaci/sfortunati e non riusciste a procurarvela, chiedete al sottoscritto e vi sarà dato, in qualche modo.

Nukuch k'àax